Ho visto da vicino la bestia che toglie il respiro agli anziani

La toccante esperienza di uno psicologo in una unità ospedaliera che lotta contro il Covid 19

“Bisogna mettere due paia di guanti”

“Perché, la bestia li può bucare?”

“No”, sorride il collega esperto in malattie infettive, “perché quando togli il destro poi avresti la mano nuda a togliere il sinistro e lì… entra”

Poi ci sono le mascherine e i camici in tnt, togliere appena fuori dal reparto, poi le sovrascarpe, poi occhio ai gesti di autocontatto…

Comincia così la mia esperienza in Psycological Unit Covid-19, già perché se i preti parlano in latino e i filosofi in greco, da un po’ gli psicologi parlano in inglese, poi quella sigla mi fa sentire un seal, io che non ho fatto neanche il servizio militare. 

Così comincia la giornata, si prova la temperatura, ci si cambia e si va, si va verso la prima linea, verso i luoghi della paura e del dolore. Io osservo, osservo me, i miei giovani ed entusiasti compagni di viaggio, le persone che vorrei aiutare, che sono lì per aiutare. 

Occhi, si vedono solo occhi dietro le mascherine e gli schermi protettivi, occhi stanchi, provati, occhi angosciati e talvolta pieni di dolore, di rabbia. Mi colpisce perché mi dicono grazie, loro a me dicono grazie dopo un mese di turni pesantissimi, dopo essere volontariamente tornati dalle ferie.

Mi colpisce la normalità e ricordo la canzone di Faber:

è una storia normale per gente speciale ed è una storia speciale per gente normale. 

Il ritmo, la velocità con le quali le azioni vengono compiute; da sempre, da ex musicista e poi musicoterapeuta sono stato attento a due cose: il ritmo e il respiro. 

Il primo definisce la sequenza dell’agire, l’esperienza e l’organizzazione, il secondo arriva da dentro e da lontano, ci dice come stiamo e ciò che ci passa per la pancia. 

Questa strana situazione passa attraverso queste due dimensioni, ritmo e respiro. Già, il respiro, in fondo la bestia ti impedisce di respirare, ti fa annegare senza entrare in acqua. 

Dettagli, cose piccole che fanno una differenza enorme. Il respiro, pazienti anziani per lo più che già di fiato ne hanno poco, svuotati del respiro non riescono a parlare, e poi c’è la mascherina che  attenua il già flebile suono. Respiro e occhi, gli occhi del paziente che cerca di capire ciò che noi diciamo, già perché in età avanzata molti hanno imparato quasi senza accorgersene a compensare la riduzione dell’udito con la lettura del labiale ma… la mascherina chiude la bocca alla vista e allora ecco di nuovo occhi che cercano un senso una comprensione. 

A vederli lì nei letti non hai l’impressione della paura quanto dell’anonimato, dello sradicamento totale, della reificazione. 

Già l’ospedale spersonalizza ma poi la necessità di essere veloci, di fare spazio e lasciare posto… La mancanza di relazione col personale è almeno compensata dalle visite dei parenti  e anche  la spasmodica tensione dell’attesa  orienta comunque  la percezione del tempo. 

Qui invece no, non c’è un prima e un dopo, non c’è più un io e un mondo, il tutto è raggomitolato in una scoraggiata e passiva estasi temporale.

Triage con la separazione dai congiunti: una moderna riedizione del binario 21, una porta, una serie di porte e poi sempre più avanti fino ad arrivare nella valle di Elah, nel luogo dove in pochi giorni ci si gioca la battaglia più importante, quella per vivere e per non morire. 

I parenti fuori non sanno, non vedono, non sentono. Vengono informati di tanto in tanto sulla condizione del loro caro e sanno già da subito che se la partita andrà male non lo rivedranno più. Neanche il corpo, neanche la ritualità di prendersi cura delle spoglie. Dal binario 21 molti non tornano più, inghiottiti, annullati, evaporati. 

Mentre penso a queste cose, mentre cerco di prendere confidenza con la paura, con la mia paura, parlo con un collega infermiere: subito nasce un equivoco perché nel suo gruppo indossano una tuta completamente bianca con uno stemma rosso sul petto e io che a causa della protezione non porto gli occhiali confondo lo stemma (il marchio di fabbrica della tuta) per un simbolo militare e dico: “Siete dell’esercito?”. Lui ride: “Esercito della salvezza!”  

È stanco il mio amico, stanco da morire: “La fatica maggiore è quella di reggere la paura che non ti lascia per tutto il turno, 12 ore ininterrotte di paura, poi a casa rimango lontano da moglie e figli perché lì comincia la paura di far loro del male, di infettarli…”

Allora io guardo l’orologio, sento il richiamo del voler restare ancora, del cercare di sentire e di capire… ma forse non c’è molto da capire, è solo una questione di ritmo e di respiro.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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