Ho la barba e i baffi ma… je suis Catherine Deneuve

Il problema delle molestie non è tanto o non è solo questione di sesso. Occorre educare a un corretto uso del potere

Il mio grido liberatorio alla lettura del documento con cui alcune donne francesi sono intervenute sul caso Weinstein e compagni, divenuto immediatamente “documento Deneuve”, dal nome della più nota firmataria.

Ferma restando la più dura condanna di stupro, violenza e ricatto sessuale da parte di chi esercita una qualche forma di potere, esiste una zona grigia che comprende approcci, più o meno insistenti, avances, più o meno gradevoli, assalti, più o meno impetuosi, impossibile da regolamentare, a meno di non creare procedure francamente ridicole, come quelle tentate da alcune aziende.
Come codificare, infatti, lo spazio nel quale si consuma il gioco del corteggiamento e della seduzione? Uno spazio che andrebbe piuttosto difeso mentre si va sempre più restringendo, in quanto il rapido passaggio all’atto, l’immediato consumo di sesso, castra il desiderio e impedisce il maturare della relazione, che necessita di tempi lenti.

Voler imporre una precettistica minuziosa significa uccidere le fantasie e negare l’importanza delle emozioni. Quanto poi alla pretesa di definire oggettivamente cosa sia molestia, si tratta di uno sforzo vano, dal momento che l’unico giudizio valido è quello della persona oggetto delle attenzioni, qualcosa che attiene ai vissuti individuali e pertanto assolutamente soggettivo.
Volendo semplificare brutalmente: un atteggiamento discutibile da parte di un individuo che piace può venire tollerato o scusato, talvolta addirittura lusingare, mentre se proviene da chi ci è sgradito viene bollato come villano e considerato insultante.

Al perbenismo puritano della società americana, denunciato dal “documento Deneuve”, sono da attribuire il passaggio di alcuni comportamenti da peccato a reato nonché il moltiplicarsi di esternazioni autocritiche, pubbliche scuse, atti di contrizione da parte di personaggi pubblici accusati di molestie, consapevoli che la loro opinione pubblica non perdona lo scandalo sessuale.
Nei paesi di tradizione cattolica l’ambiente sociale si è sempre dimostrato più indulgente (almeno finora, ma le cose stanno cambiando anche qui). Forse la presenza di una Chiesa tanto severa nella dottrina, in tema di morale sessuale, quanto incline al perdono attraverso la figura di un confessore che, forte dell’investitura divina, certifica l’estinzione della colpa, rende i presunti molestatori più restii ad ammettere comportamenti illeciti e ad assumersene la responsabilità.

Intanto, dopo la valanga delle denunce femminili, sembra arrivato il momento di quelle maschili, per ora limitate all’ambiente dello spettacolo e della moda, ma che a breve potrebbe allargarsi ad altri settori e coinvolgere anche donne, questa volta (perché no?) nel ruolo di molestatrici. Se non è ancora accaduto sospetto sia solo da attribuirsi al fatto che minore è la probabilità per le donne di occupare posizioni di comando.
Allora il problema è trasversale e non è tanto, o non è solo, questione di sesso, ma di potere. Spesso basta esercitare un qualche potere, macro o micro che sia, per sentirsi autorizzati a considerare chi vi è sottoposto come proprietà.
Il potente produttore lo fa con aspiranti attrici/attori, così come il grande regista o l’attore famoso, il fotografo di moda con modelle/modelli, il manager di successo con le sue collaboratrici, giù giù fino al capo del personale con la cassiera, il negoziante con la commessa, lo chef con la cameriera,

in una specie di gigantesco contagio, a imitazione di una catena alimentare in cui il forte mangia il debole.

Più si scende nella scala sociale più il ricatto diventa odioso e si configura come un vero stupro prolungato nel tempo: perdere la parte in un film può danneggiare la carriera, ma rinunciare al posto di lavoro per difendere la propria dignità diventa impossibile per chi di quello vive.

Se un esito positivo mi aspetto dalle denunce dei vip non è certo di imporre rigide regole di comportamento che ingessino le dinamiche sociali e amicali dell’ambiente di lavoro, ma piuttosto quello di incutere una sana paura ai piccoli, meschini ricattatori nostrani che sfruttano il bisogno altrui.

Più che un’educazione a un corretto uso del sesso c’è bisogno di un’educazione a un corretto esercizio del potere.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *