Ho tanti amici online ma mi sento sempre più solo

Tanti contatti, tanti followers non nascondono in realtà la difficoltà di una vera comunicazione?

Sorprende che mentre molte persone, pur vivendo un profondo disagio, rifiutano di riconoscersi bisognose di aiuto e di ricorrere allo psichiatra o allo psicoterapeuta per ottenere sollievo, ce ne siano altrettante che si rivolgono allo specialista per motivi che non chiamerò futili (perché in una richiesta di aiuto non c’è nulla di futile), ma comunque non tali da esigere un intervento terapeutico.

Ci vorrebbe un amico… Sì, basterebbe un amico, come del resto accadeva in passato, con il quale parlare, confidarsi, e nella cui empatia trovare aiuto e sollievo. Ma nell’epoca di Twitter e di Facebook, puoi anche arrivare a 3641 followers, pseudoamici ai quali rivelare ogni particolare intimo, ma trovare qualcuno con cui comunicare davvero sembra un’impresa sempre più difficile.

Allora ci si rivolge allo psichiatra per la pillola o allo psicologo per la terapia della parola. Cosa spinge queste persone? In genere un abbandono, la scomparsa di qualcuno dalla loro vita: eventi vissuti come traumatici. Senza dubbio la morte di un figlio, di un uomo o di una donna amati scomparsi drammaticamente in giovane età sono traumi profondi, tragedie devastanti, ma la morte di un genitore in anni avanzati, dopo un’esistenza felicemente vissuta, è un fatto certamente doloroso che però attiene all’ordine naturale delle cose e come tale dovrebbe venire elaborato.

Analogamente la fine di un rapporto amoroso durato magari pochi mesi o addirittura di un flirt (non parlo delle unioni di una vita o di grandi passioni infelici) può certo ferire, ma non dovrebbe prostrare individui dotati di normale equilibrio.

Tutto questo è il risultato dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di sopportare la frustrazione in qualsiasi forma possa manifestarsi: di fronte alla ferita narcisistica, anche modesta, o all’ansia di un abbandono si cerca subito la pillola o si corre dal “mago”. Nel primo caso non si ha la pazienza e il coraggio di elaborare il lutto con il suo carico di sofferenza: il dolore va subito eliminato chimicamente; quanto alla scelta della psicoterapia, potrebbe comunque essere l’occasione per analizzare i propri vissuti e le proprie fragilità, ma spesso il trattamento viene interrotto appena compare un sostituto dell’”insostituibile” a tappare il vuoto lasciato. Ciò che spinge queste persone non è un autentico bisogno di intraprendere un percorso di conoscenza di sé né interessa loro mettersi in gioco: lo spazio terapeutico è solo un vomitorium in cui riversare la piena della bruciante delusione. Non si tratta qui di rimpiangere i trattamenti decennali della psicanalisi classica, ma la psicologia “usa e getta” non sembra un’alternativa valida.

Bussa alla mia porta un nuovo paziente, viene perché la ragazza che ha frequentato per sei mesi l’ha lasciato. Piange. È giovane, è bello, è ricco, è colto, svolge un lavoro che gli piace e che gli procura soddisfazioni professionali, si può facilmente prevedere che nel corso della vita molte altre giovani lo ameranno e molte ne amerà, eppure piange come un ragazzino alla prima cotta.

Malgrado la quotidiana frequentazione del web e la fitta rete di rapporti online, non ha nessuno con cui condividere la sua amarezza, nessuno a cui narrare le proprie pene. Riceve ogni giorno decine di e-mail, ma non ha trovato una spalla sulla quale piangere. Ha dovuto procurarsene una a pagamento. Non è però il caso di ironizzare: si può sorridere di smanie di sapore adolescenziale, ma non del vuoto che circonda questo individuo.

Un vuoto affollato di messaggi, di icone, di cinguettii, ma che nega il rapporto reale con l’oggetto.

Quello che colpisce in questa situazione, apparentemente banale, è il profondo senso di solitudine che comunica. Possiamo augurare al suo protagonista di superare le pene di cuore e di concentrare l’attenzione sulla sua traversata in solitaria del deserto che lo circonda. Forse allora prenderà coscienza che tante relazioni online sono solo un pallido simulacro di amicizia: meglio sostituirle con amici fatti di carne e di sangue, magari andando a ritrovare quelli un tempo inseparabili o quelli ingiustamente trascurati, amici che non cinguettano, ma parlano, che non si limitano a cliccare “mi piace”, “non mi piace”, ma ascoltano, che non contano le battute, ma sono pronti a usare tutte le parole necessarie ad affrontare un discorso serio. Se il nostro amante inconsolabile saprà effettuare il passaggio dalla realtà virtuale al mondo reale non avrà sprecato il tempo delle sedute.

Da “La settimana” di Internazionale

Funziona

Forse è troppo presto per capire in che modo le tecnologie stanno modificando i nostri comportamenti. È vero che le “nuove” tecnologie sono in giro ormai da decenni (il computer, internet, i cellulari), ma siamo ancora troppo immersi in questo mare fatto di collegamenti permanenti, condivisioni continue, commenti istantanei. Che sia una lettera d’amore o il commento alla frase scritta da un amico, online non dovremmo fare cose che non faremmo nel mondo reale. Da qualche mese circola su internet la foto di un ritaglio di giornale, scritto in inglese. L’autore e la fonte sono incerti, ma non importa: «Sto cercando di farmi degli amici al di fuori di Facebook applicando gli stessi principi. Così ogni giorno scendo in strada e racconto ai passanti cosa ho mangiato, come mi sento in quel momento, cos’ho fatto la notte prima, cosa farò dopo e con chi. Gli do le foto della mia famiglia, del mio cane, di me mentre faccio giardinaggio, sistemo il garage, annaffio il prato, sto di fronte ai monumenti, guido in città, mangio e faccio cose che tutti fanno ogni giorno. Ascolto anche le loro conversazioni, gli do la mia approvazione e dico che mi piacciono. Proprio come su Facebook. E funziona! Ho già quattro persone che mi seguono: due poliziotti, un investigatore privato e uno psichiatra».

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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