Ha vinto la destra. Ma sarà di destra? Chissenefrega!

La fine delle ideologie ha prodotto mancanza di originalità nei programmi dei partiti e conseguente menefreghismo negli elettori

Ha vinto la destra. E ha perso la sinistra. Si, però la destra che ha vinto di più è quella che fino a ieri era alleata della sinistra. Siamo sicuri che sia la destra? Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra? La provocazione, che ormai venticinque anni fa il geniale umorismo di Giorgio Gaber aveva messo in musica, appare più che mai attuale. E si direbbe oggi che non solo la gente, ma gli stessi politici  abbiano ormai tutti preso atto della  cosiddetta “fine delle ideologie”.

Non c’è un solo partito in Italia, forse con l’unica eccezione del microscopico “Più Europa”, che lasci trapelare nel simbolo o nella sigla cosa vuole, da dove viene e dove pensa di andare. L’ultimo nato, da una costola del PD (“Partito democratico” non significa  niente, forse che gli altri sono antidemocratici?) sembra perfetto per uno yogurt, come ha perfidamente rilevato il professor Prodi: “Italia viva” contiene forse milioni di fermenti lattici destinati a diventare voti. Forse questo partito sedicente di centro sinistra  si compatterà con l’altra lista patriottica, “Forza Italia”, sedicente di centro destra, per  diventare “Forza Viva”. Ma certo non lascia trapelare che tipo di vita prometta ai suoi  eventuali elettori. Quanti hanno un’idea sia pur vaga di quel che significano le “Cinque stelle” che hanno spopolato alle ultime elezioni? Ho dovuto anch’io documentarmi su Internet: la tutela dell’acqua pubblica, della mobilità sostenibile, dello sviluppo, della connettività e dell’ambiente. Un firmamento a dir poco nebuloso. La stessa “Lega” cosa lega, ora che dal simbolo è stato tolto il Nord, che fino a ieri significava  autonomia, o addirittura  secessione dal resto d’Italia? E come mai il partito che più le si avvicina è l’unico che inneggia all’unione nazionale col nome di “Fratelli d’Italia”? All’estrema destra riecheggia incredibilmente (non è di sinistra?) la “fraternité” della rivoluzione francese, mentre è all’estrema sinistra con “LeU”, “Liberi e uguali”, che il celebre motto si completa con la componente liberale (non è di destra?).

Questo guazzabuglio di sigle sostanzialmente vuote di significato, o addirittura fuorvianti, corrisponde a una preoccupante mancanza di personalità nei programmi, più simili a luoghi comuni che a veri impegni strategici: ridurre le tasse, aiutare le famiglie, abolire la povertà, rilanciare le imprese. Quando si esce da questo imbarazzante qualunquismo per centrare finalmente i cosiddetti “obiettivi qualificanti” si generano mostri come “quota cento” e il reddito di cittadinanza. In parole povere il paese più longevo del mondo tende ad avere i pensionati più giovani del mondo, e la mancanza di lavoro si risolve assumendo quarantamila persone che accertano la mancanza di lavoro.
All’elettore disorientato da partiti multicolori che si combinano in modo diverso a ogni minima rotazione, come in un caleidoscopio, restano due soluzioni, che sono a ben guardare entrambe sintomo di sfiducia nella politica. Quella più largamente utilizzata, dal 40% degli italiani è l’arma dell’astensione. E l’altro 60%, non potendo identificare un’ideologia, un programma in alcun simbolo, vota per il personaggio che prende la scena perché urla di più, o perché viene bene in TV, o perché riesce a farsi passare per diverso dagli altri, unico. L’altro ieri era Berlusconi, ieri era Grillo, oggi è Salvini. Con la stessa spensieratezza politica si fabbricano e si distruggono i propri idoli, con motivazioni che spesso nulla hanno a che vedere con la politica: spostano migliaia di preferenze il padre di Renzi  finanziariamente disinvolto, la celebrità del commissario Montalbano fratello di Zingaretti, il figlio di Grillo che  pare abbia violentato una ragazza, e anche quello di Salvini che  monta abusivamente su una moto d’acqua della polizia.

Un popolo ridotto in queste condizioni rischia di snaturare il senso della parola democrazia, che sarà di destra o di sinistra, chissenefrega? Rischia di usare il voto come un’arma impropria, pericolosa per se stesso e per gli altri. O di non usarlo affatto, mandando a dire con l’astensione che questa  abulia ideologica non è affatto un buon compromesso tra gli opposti estremismi che ieri  hanno diviso l’Italia, ma l’anticamera di un menefreghismo di massa per gli ideali di giustizia e di libertà che devono costituire il fondamento della convivenza civile.

Paolo Occhipinti, giornalista (liberale di sinistra)

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Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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