Ha commesso un gesto folle ma attenzione: non è matto

Il matto, quello vero, ha una diagnosi psichiatrica prima e non dopo il crimine commesso

La cronaca ci propone spesso fatti di sangue che ci stupiscono e ci sconvolgono: mariti e mogli apparentemente amorevoli che uccidono il coniuge, figli devoti che massacrano i genitori, uomini e donne considerati padri e madri esemplari che sterminano la famiglia.

I delitti che paiono incomprensibili all’opinione pubblica fanno subito gridare al matto. Davanti a ciò che non si comprende viene sempre evocata la follia.

Questa è anche una strategia di difesa di fronte a un irrazionale che potrebbe contagiarci: è folle – diciamo – quindi non riguarda noi che siamo sani: appartiene a un’altra realtà.

Ma commettere un gesto “folle” non significa essere folle.

Possiamo ipotizzare che nel momento in cui un individuo, che non appartenga alla criminalità organizzata e non sia quindi un killer di professione, compie un atto violento sia sopraffatto da emozioni che gli impediscono di esercitare il controllo sui suoi impulsi, ma ciò non fa di lui un pazzo. Lo stato di alterazione non può trasformarsi in una diagnosi giustificatrice che produca uno sconto di pena o addirittura sostituisca l’ospedale al carcere.

La Psichiatria e la Criminologia odierne hanno adottato l’indirizzo di non avallare diagnosi di incapacità di intendere e di volere se non in casi limitatissimi ed estremi, invertendo una tendenza che, prima della legge Basaglia, aveva riempito i manicomi criminali di malavitosi.

L’esempio più vistoso è quello del manicomio di  Barcellona Pozzo di Gotto, popolato, fino alla sua chiusura, da affiliati alla mafia più che da pazienti psichiatrici. Famiglie previdenti, attente alla formazione criminale dei figli, facevano infatti redigere per loro, da medici compiacenti, certificati che attestavano disturbi di carattere psichico, da esibire in futuro in tribunale, qualora necessario.

Queste pratiche sono state possibili anche grazie alla rappresentazione dominante della follia come violenza, equazione che hanno, a loro volta, contribuito ad avvalorare.

In ogni caso si tratta di un’equazione fasulla.

Il matto, quello vero, quello che ha una diagnosi psichiatrica prima e non dopo il crimine commesso, raramente rivolge la sua aggressività contro altri, più frequentemente la concentra su sé stesso nella forma depressiva a rischio di suicidio. Quando si rende responsabile di fatti di sangue è perché non assistito adeguatamente, privo di terapia farmacologica, abbandonato.

È però vero che il matto risulta poco prevedibile: è un soggetto misterioso, può comportarsi in modo bizzarro, in preda ai suoi deliri, può gridare e assumere atteggiamenti impropri, e quindi incutere paura. E la paura che vede nell’occhio dell’altro aumenta la sua, lo fa sentire un diverso esposto ad aggressione.

«Dottore, lei non sa come siamo guardati» mi dicono i pazienti di comunità.

E invece io lo so. Per una curiosa circostanza, mi è infatti successo di venire scambiato per un paziente e quello sguardo me lo sono sentito addosso, carico di inquietudine e di sospetto, uno sguardo che ho avvertito come una condanna e una minaccia.

Il pazzo non è un alieno, invano tentiamo di respingerlo e confinarlo in un altrove che non ci appartiene, ciò che ci turba è proprio sentirlo vicino, sentire come labile e indistinto è il confine tra razionalità e follia.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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