Grazie al Covid l’igiene può diventare una buona abitudine

L’ansia da contagio ci ha portato a esagerare in disinfezione: passata l’emergenza continueremo a lavarci le mani?

Adesso che abbiamo finalmente fatto il nostro (titubante) ingresso nella cosiddetta Fase 3, quella di convivenza col virus, ritengo valga la pena soffermarsi su un aspetto di questa pandemia che potrebbe aver lasciato uno strascico in molte persone, anche quelle che non erano mai state toccate da questo problema: l’ansia da contagio.

Questa, lo dice l’espressione stessa, è la paura irrazionale di essere contaminati e si concretizza con una serie di comportamenti volti a impedire, appunto, la temuta infezione: lavarsi spesso le mani dopo aver toccato oggetti o quando si percepisce la sensazione di “sporco”, la disinfezione di oggetti che si toccano frequentemente, mobili, o se stessi, per esempio tramite docce ripetute e prolungate, il lavaggio immediato dei vestiti con cui si è usciti una volta rientrati a casa, l’esclusione  del contatto fisico con le altre persone, l’uso di mascherine e guanti e di tutti quei presidi volti a scongiurare il contatto con oggetti e superfici ritenute infette o sporche. Tutti comportamenti che, se nel mondo pre-Covid venivano considerati, in alcuni casi giustamente, eccessivi e patologici, adesso sono diventati virtuosi e socialmente accettati e richiesti.

Il tutto a causa dell’aleatorietà di questo virus e delle possibilità di contagio più varie che ci sono state propinate da martellanti e allarmanti servizi giornalistici, che il più delle volte, lungi dall’informare, hanno finito per fare terrorismo: siamo ossessionati dai tempi di sopravvivenza del virus sulle superfici, che ovviamente cambiano a seconda del materiale (fino a 3 giorni su plastica e acciaio, 1 giorno sul cartone, quattro ore sul rame, poche ore sulla strada, tre ore nell’aria): ci sentiamo praticamente  immersi nel virus, penetrato  nei condotti di aerazione e nell’aria condizionata. Ci chiediamo sgomenti: “Ma le zanzare che pungono un malato, ci possono infettare?” e incuranti delle smentite ci prefiguriamo l’incubo di un’estate con le finestre chiuse e l’aria condizionata spenta ; per non dire del rischio di essere sfiorati da un runner di passaggio (ufficialmente l’untore del 2020) che, espirando più potentemente, può spargere microbi e virus più velocemente attorno a sé. Insomma,

ci sono tante malattie contagiose, dalle più banali alle più temibili, ma di quasi tutte si sa come si prendono e quindi come si possono evitare. Col coronavirus invece, ovunque si vada, qualunque cosa si faccia, fosse anche solo respirare, sembra di essere circondati da una nube tossica, infida e invisibile da cui si può sfuggire soltanto adottando comportamenti al limite dell’ossessivo.

Paradossalmente coloro che hanno sempre adottato condotte eufemisticamente promiscue, sicuramente ad elevato rischio, nei posti più squallidi e sordidi, per poi raccontarle con orgoglio agli amici, sono proprio quelli che sembrano essere stati fulminati sulla via di Damasco (o della pulizia) e in un inedito sussulto igienico-sanitario sono diventati i più intransigenti e ligi esecutori di condotte sterilizzanti, anche piuttosto complesse: si sono trasformati in maghi della disinfezione di superfici e oggetti, in testardi pulitori di ogni singolo articolo comprato al supermercato, prima di sistemarlo nel frigo o in dispensa, in sostenitori della mascherina ovunque e comunque.

I germofobici della prima ora, quelli che a diversi livelli lo erano anche prima della pandemia (e mi ci metto anche io, che quando lavoravo in comunità venivo bonariamente canzonata da pazienti e colleghi per la mia passione per la disinfezione e l’Amuchina), guardano con benevolenza queste patologiche esagerazioni igieniste. Probabilmente adesso che i loro comportamenti, prima giudicati bizzarri ed esagerati, sono stati ampiamente sdoganati, forse si sentono meno incompresi, magari anche più competenti ed esperti, come un fratello maggiore che insegna al fratellino a camminare. Insomma, passati i parossismi dell’emergenza, le  esagerazioni potrebbero lasciare il posto a buone abitudini, e gli igienisti potrebbero vedere trionfare le proprie convinzioni, che la pulizia vada a vantaggio delle nostre relazioni sociali, perché prendersi cura di sé e degli ambienti che ci circondano significa rispettare se stessi e gli altri. Potrebbe essere questa l’eredità  positiva del Covid.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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