Grazie al coronavirus ho imparato a leggere gli occhi

La mascherina che cela il viso consente al terapeuta di penetrare nella parte più occulta del paziente

Mi capita di ricevere nel mio studio, per il primo colloquio, pazienti psichiatrici che intraprendono un percorso terapeutico-riabilitativo che prevede l’inserimento in comunità. 

 Il paziente, di solito accompagnato da un operatore sociosanitario o dall’assistente sociale, arriva preparato. Sa quello che vuole dire e che cosa vuole ottenere: gioca il suo ruolo.

Anch’io gioco il mio: faccio alcune domande, conduco la mia indagine preliminare. Il rituale si svolge secondo una procedura collaudata.

Normalmente le reazioni e le emozioni passano attraverso la mimica facciale e il linguaggio del corpo; osservandoli si può capire se le parole vanno a segno, se il discorso del terapeuta viene recepito, se si pongono le basi di una relazione.

Ma, dopo l’interruzione dovuta al Covid 19, alla ripresa dell’attività in studio, qualcosa è cambiato.

I pazienti si sono presentati con mascherina che nasconde loro il viso. Tale barriera ha fatto sì che lo sguardo si concentrasse necessariamente sugli occhi: sono stati gli occhi, i loro e i miei, a parlarsi.

Mi sono trovato a cercare di cogliere attraverso lo sguardo il senso delle parole, di sofferenza, di ansia, di paura, di speranza, di chi mi stava di fronte.

Mentre i suoni smorzati andavano a sfumare, la storia di una vita si animava visivamente davanti a me, come se concentrarsi sugli occhi mi permettesse di penetrare nella parte più occulta del mio interlocutore, di cogliere la sua specificità, di “toccare” la sua anima.

Certo, proporre il proprio sguardo dà la sensazione del rischio, ma se lo sguardo dell’altro si lascia intercettare e risponde, l’alleanza terapeutica si stabilisce con un paziente che si fida e si affida senza riserve.

Un adagio popolare dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Ho pensato: forse è vero, il mio sguardo si è fermato sulla sua anima e si è prodotto un riconoscimento reciproco.

Lo sguardo assume un ruolo centrale: è quello che accade nell’innamoramento. L’amore è nell’occhio di chi guarda quando si posa sull’essere amato e l’amato, riempito dallo sguardo amoroso, è indotto a ricambiarlo.

Grazie all’ostacolo frapposto dalla mascherina che limita il campo visivo, è scattato qualcosa del genere: mi sono “innamorato” dei pazienti e sono stato da loro ringraziato perché hanno percepito un calore che li ha pienamente appagati.

Questo è per me il lascito positivo del Coronavirus: la scoperta del potere dello sguardo. Anche dopo la fine dell’emergenza prescriverò la mascherina a coloro che entrano nel mio studio.

Esorto i colleghi a fare altrettanto, prometto loro felici sorprese.

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Joaquin Otuvas

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

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