Google offre un assistente perfetto, ma sa soltanto ubbidire

Il rischio è che l’intelligenza artificiale, in grado di risolvere un sacco di problemi, fomenti il nostro narcisismo

Per 150 €, da qualche mese è possibile acquistare “Google Home”.

È un assistente per la casa con controllo vocale. Che ci fai? «Ricevi risposte, riproduci brani, affronta la giornata, goditi i contenuti di intrattenimento e controlla la tua smart home semplicemente con la tua voce».
La descrizione del prodotto è già significativa, e si può leggere a più livelli. Consideriamo tre indicatori: «ricevi risposte», «controlla […] semplicemente», «affronta».
Questi sembrano ricondurre a tre temi fondamentali: l’incertezza, la difficoltà e la frustrazione.

Alcuni esempi: Google Home è in grado di fornire una panoramica della tua giornata e dei tuoi impegni, ma anche di accendere le luci di casa, o la tv, o lo stereo con la musica. La sua funzione più importante però è ancora quella del Google originale: rispondere a domande che faresti al web. Gli assistenti vocali progettati da Google hanno risvolti promettenti e inquietanti al tempo stesso. Una cosa inquietante, per esempio, è che è in grado di chiamare il parrucchiere per noi, dialogando con un essere umano senza che questo si accorga di parlare con un robot. L’aspetto promettente riguarda il fatto che non dovremmo più chiamare la zia o la suocera per il compleanno: ci pensa Google.

Ma come mai abbiamo sempre più bisogno di facilità, semplicità, immediatezza? Di aver tutto e subito? Google Home si propone come assistente. Ma sembra più una guida, come Virgilio per Dante. «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura. Ok, Google, imposta il navigatore». Niente Divina Commedia, fine della storia. Percorsi prevedibili, controllabili e sicuri. In altre parole, sembra che la tecnologia stia cercando di rispondere al bisogno di certezza e di facilità. L’incertezza provoca disagio, forse perché se non conosco non posso controllare. E allora posso essere deluso, o ferito. Ho bisogno di una corazza artificiale, che faciliti il mio ingresso nel mondo. Avete presente il cartone “Big Hero 6”? La tecnologia diventa arma di difesa verso un mondo ostile, ma anche un altro da sé in grado di fornire una relazione. O almeno, un surrogato di relazione, in particolare, un sostituto della relazione, dolorosa, con un fratello deceduto.

In questo caso, la tecnologia si pone come elemento in grado di “digerire” per noi la realtà e dare conforto.

Il rischio è che l’intelligenza artificiale fomenti il nostro narcisismo. Con gli assistenti vocali ognuno ha il suo maggiordomo personale, che però non ha una personalità tridimensionale, un linguaggio non verbale; non è in grado di discutere sostenendo un punto di vista. Ma soprattutto, è al nostro completo servizio, per renderci la vita più facile. Pensiamo ai nativi digitali, coloro che stanno nascendo in questi anni e che quindi, crescendo, non avranno cognizione di “come era prima della rivoluzione tecnologica”. Ciò che stiamo vivendo come novità sarà per loro una banalità, scontata routine. In pratica, fin dalla nascita avremo a disposizione un servitore, che ha il solo compito di esaudire i nostri desideri e semplificarci la vita senza controbattere.

Il fatto di rendere l’assistente vocale molto simile a un essere umano potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, è possibile che i bambini interiorizzino una modalità relazionale connotata da un senso di diritto e di superiorità molto forti. E questi sono elementi narcisistici. «Tutto mi è dovuto, non devo faticare, devo solo chiedere».

Le relazioni con gli altri e con il mondo sono sempre più mediati dalla tecnologia, che compie per noi il primo contatto con l’esterno, con ciò che va oltre la nostra bolla (vedi Facebook, Whatsapp, Tinder). I rapporti con l’altro, inteso come qualcuno che non siamo noi, per quanto siano sempre più facili, sono allo stesso tempo vissuti come meno necessari, fastidiose perdite di tempo. Chissà quali evoluzioni a livello di personalità e di interazioni sociali comporteranno le nuove tecnologie.

Nel frattempo, l’ossessione del presente e dell’immediato ci sta disabituando allo sforzo e alla pazienza .Questo ci lascia sempre più vuoti. Ci priva dell’attesa e dell’impegno, ma anche del coraggio. Pensiamoci: a livello psicopatologico, chi ha maggiore difficoltà a iniziare e concludere un’attività non è forse chi soffre di depressione?

Riccardo Germani

Dottore in psicologia. E' tutor per i disturbi specifici dell'apprendimento e collabora con A.R.P. per la raccolta dei dati anamnestici nella fase di presa in carico. Collabora con Fondazione Lighea.

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