Giù le mani dal linguaggio dei bambini: ben vengano gli errori intelligenti

Alcune parole sbagliate sono segno che il piccino sta apprendendo e applicando in modo rigoroso delle nuove regole

«Non insegnate ai bambini…» cantava Giorgio Gaber. Potremmo estendere questo consiglio al linguaggio e dire «Non insegnate ai bambini a parlare?» Forse è troppo. È vero che il linguaggio umano è un fenomeno innato e che le ricerche psicolinguistiche confermano una potenzialità linguistica radicata nel corredo biologico dell’essere umano, ma poi l’uso della parola si regola in base all’ambiente che si incontra nel corso dello sviluppo.
Le indagini volte a capire se un bambino in tenera età è già in grado di cogliere le differenze fonetiche ed espressive della voce mostrano che il bambino, a soli quattro giorni di vita, sarebbe in grado di distinguere la lingua materna e manifestare una netta preferenza per la voce della madre purché, e questo è il dato più interessante, questa non modifichi intonazioni e struttura. Se la madre legge al contrario la frase, o lo fa senza intonazione o senza senso, il bambino non reagisce.*

L’essere umano è predisposto a riconoscere precocemente una struttura nella lingua, ma non possiamo dimenticare che fin da subito lo sviluppo linguistico passa attraverso lo sguardo, la conversazione, la relazione con l’altro. Quindi potremmo dire: non insegnate ai bambini a parlare ma parlate con loro, cantate, giocate con le parole. Gaber concede «Se proprio dovete, insegnate la magia della vita», e noi aggiungiamo «la magia della lingua».
Forse potremmo tradurre con:

non correggete i bambini quando storpiano le parole, sbagliano i congiuntivi, inventano vocaboli inesistenti. Perché? I motivi sono tanti.

C’è un aspetto affettivo e nostalgico. Quando non lo faranno più, vi mancherà questo codice esclusivo, a cui voi soli avevate accesso, questa lingua speciale, questo lessico familiare. E allora li tormenterete col ricordo di quello che dicevano da piccoli, suscitando imbarazzo o noia.

I genitori di Valentina le dissero, mentre gustava i cereali a colazione, «Sembri una scimmietta»; da allora i cereali erano chiamati direttamente dalla piccola “le scimmiette”. La cosa buffa era leggere la voce “scimmiette” nella lista della spesa di mamma e papà.
L’altro motivo è strettamente legato ai tempi dello sviluppo linguistico del bambino. Esso segue un suo processo e una tempistica che non si possono più di tanto modificare. Alcuni errori che ci precipitiamo a correggere sono il segno che il bambino sta apprendendo e applicando in modo rigoroso delle nuove regole che non è ancora pronto a lasciare per contemplare le eccezioni.
Quello che ci può capitare allora è di incappare in errori di generalizzazione di regole: la sorella e il “sorello”, i “diti” al posto delle dita, e così via.
Si chiamano “errori intelligenti”, confermano l’esistenza di un percorso concettuale che procede al di là dell’imitazione.
Per esempio, per formare il participio passato, in italiano, si aggiungono alla radice le desinenze ato\ ito\uto: mangiare – mangiato, finire – finito.
Da questa scoperta i bambini ricavano una regola generale: così il bambino italiano applica la regola non solo ai verbi regolari come mangiare, saltare, ecc., ma anche a quelli irregolari, come rompere, aprire (es. aprire – aprito).
Vittoria mi spiega che dovrà festeggiare due volte il compleanno per dividere i suoi numerosi invitati, perché, argomenta, «Se c’è troppa gente io impazzo». In questo caso per esempio non è necessario fare finta di niente, né dire a Vittoria che non si dice “impazzo”. È sufficiente far ricapitare la parola nella sua forma corretta, nel corso naturale della conversazione. Per esempio «Hai ragione, anch’io quando c’è troppa confusione impazzisco».

Ma ancora più importante è l’aspetto simbolico della lingua.
Il linguista Leo Spitzer lo esprime così poeticamente: «I nostri sentimenti agiscono sulla lingua come la linfa in fermento sugli alberi a primavera: la fanno gemmare e buttare. Per cogliere questo succo fermentante e germinante dell’animo dobbiamo osservare i bocci e i germogli della lingua: essi non potranno non mettere a nudo la sostanza psichica che li ha fatti spuntare».
Carlotta intorno ai 7 anni ha intuito che essere nata femmina potrebbe comportare qualche svantaggio, allora decide di imbastire per un pomeriggio lo sciopero delle vocali femminili.
La A e la E le suonano troppo femminili (probabilmente perché molti nomi femminili finiscono in A ed E) e trova quindi spudorato o imprudente pronunciarle in pubblico. E allora per qualche ora utilizzerà solo la O e la U perché sono per lei sicuramente lettere più maschili. Quindi nel chiedere un gioco a suo cugino dirà «Dallo a io» piuttosto che «Dallo a me». Le correzioni non tardano ad arrivare. Ma lei preferisce passare per ignorante piuttosto che cedere. Ci troviamo di fronte a una bambina con un problema linguistico? O piuttosto alla sensibilità spiccata di chi già si interroga sulla propria appartenenza di genere?

Per non parlare di tutte le deformazioni linguistiche proprie del linguaggio dell’accudimento. “Ciccia” per carne, “lattuccio” per latte, “peppe” per scarpe. Noi mamme siamo molto severe quando le nonne si lasciano andare a queste espressioni. Ma se la mamma è uscita presto per andare al lavoro, è probabile che il bambino trovi più confortevole il lattuccio preparato dalla nonna che una tazza di latte scaldata dal microonde.
Mia nipote (4 anni), fine linguista, ricorda di infilare la canottiera nei pantaloni per non prendere il mal di pancia, poi specifica «o di panza, come dice la nonna». Come vediamo non è necessario sgridare la nonna marchigiana, la nipote ha già capito tutto.
La nostra correzione aggiunge poco o niente all’apprendimento della lingua, ma ha certamente l’effetto di interrompere un flusso emotivo e spesso mortificare e inibire la spontaneità. Insomma se chiamo mio figlio “pulcino” capirà da solo che non sono una gallina.

 

* Esperimenti riportati (1971) P. Eimas et al., Speech perception in infant, Science, 171, pp. 303-306; J. Melsier, Bertoncini, Infant’s perception of speech and other acoustic stimuli (1980), in J. Morton, C. Marshall (a cura di), Psycholinguistics Series II, Elek Books, London. Nella metodica utilizzata, al bambino viene offerta una tettarella collegata con un elettrodo che consente di registrare le variazioni nel ritmo di suzione. Sono proposti diversi stimoli linguistici, in lingue e voci diverse, inclusa quella materna. (L’assunto di base è che un evento gradevole determini nel bambino un aumento dell’attività di suzione).
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Paola Cesati

Psicoterapeuta junghiana, svolge attivitá clinica privata. Si occupa di riabilitazione psichiatrica presso la fondazione LIghea dove da anni conduce gruppi di scrittura creativa.

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