Giornalisti vil razza dannata; però devo ammetterlo, io li amo

Narcisisti, machiavellici e psicopatici: mi affascinano forse perché hanno in comune con noi psicologi l’interesse per gli affari privati del prossimo

Premessa fondamentale prima di procedere nella lettura di quest’articolo: sono di parte, io amo i giornalisti. Ho avuto un fidanzato giornalista, amici giornalisti e tuttora trovo siano le persone più piacevoli da frequentare, perché sono spesso dotate di grande curiosità per gli altri, fanno un lavoro che li spinge a conoscere sempre cose nuove e hanno in serbo un’infinità di storie segrete e interessanti che non finiscono sui giornali e ravvivano le serate di chi ha la fortuna di averli attorno.
A giudicare però dal clima generale che circonda questa categoria professionale penso di essere una delle poche a pensarla così. Basta anche solo una veloce occhiata alle centinaia di aforismi che sono stati dedicati ai giornalisti nel corso dei secoli per vederli per lo più dipinti come individui senza scrupoli, bugiardi e collusi con il potere, più orientati al proprio successo personale che alla verità. Una fama da far invidia a Cesare Borgia.

Non si può negare che ad alcuni esponenti della categoria, finiti a loro volta oggetto delle cronache per la loro condotta spregiudicata alla ricerca di una notizia, si associno piuttosto bene i tratti di una personalità machiavellica, dove manipolazione e inganno corredano il bagaglio professionale al servizio di uno scoop. Una tendenza all’egocentrismo e alla smisurata fiducia in se stessi che, secondo una ricerca dell’Università di Oxford, ha fatto meritare ai giornalisti il sesto posto nella top ten dei mestieri che attirano persone con disturbi della personalità.
Per completare quella che in psicologia è nota come la triade oscura della personalità, insieme a machiavellismo e psicopatia, manca all’appello solo il narcisismo. Ed è forse quest’ultimo tratto a marcare più da vicino questa categoria professionale che nel narcisismo è immersa, perché vi cresce dentro e se ne nutre. Un aspetto che non riguarda solo il giornalista e il suo orgoglio per il proprio nome in prima pagina, ma anche l’atmosfera di autocompiacimento che impregna il piccolo universo che lo circonda. Essere inquadrati dalla telecamera, poter rilasciare una dichiarazione, rispondere alle domande di un’intervista solletica la vanità di chi, magari anche solo per un momento, può sentirsi al centro della storia. Una giostra in cui l’uno alimenta la vanagloria dell’altro, ma è più spesso la lusinga al senso di sé dell’interlocutore a diventare uno strumento a disposizione del giornalista per ottenere informazioni. Un reciproco gioco di specchi che trasforma il narcisismo in moneta di scambio, rischiando di alimentare a lungo andare nel professionista una visione del mondo utilitaristica in cui la relazione con l’altro ha senso solo se porta a un qualche vantaggio.

Tra i motivi che mi legano a questa professione c’è però in fondo l’idea che giornalisti e psicologi abbiano qualcosa di profondo in comune. Secondo la visione psicoanalitica il lavoro che svolgiamo avrebbe la funzione di soddisfare impulsi inconsci, che attraverso l’attività professionale troverebbero una modalità socialmente accettabile per poter essere espressi. Agli psicologi viene ad esempio riconosciuta una pulsione voyeuristica che sarebbe alla base dell’interesse per l’altro. Il desiderio di entrare nell’intimità di qualcuno ed esserne spettatori giacerebbe alla radice di tutte quelle professioni che osservano e indagano cosa si cela dietro la porta altrui. Un’interpretazione che potrebbe valere anche per reporter e cronisti e getta una luce inedita sulla tanto celebrata curiosità giornalistica.

Psicologi e giornalisti, in parte accomunati dall’interesse per gli affari privati del prossimo, ma divisi dal modo diverso di guardare al mondo e a chi lo popola.

Se lo psicologo si affida all’analisi e all’esplorazione in profondità, il giornalista lavora invece con la sintesi per riuscire a trovare il filo rosso in grado di riordinare fenomeni complessi e intricati. Con la sua lente filtra e interpreta la realtà attraverso schemi e categorie per rendere narrabile il caos e mettere un’etichetta sull’ignoto. Un talento raro, che può però tramutarsi in una tendenza all’ipersemplificazione, che porta a produrre spiegazioni e conclusioni a qualsiasi costo al solo scopo di rassicurare il lettore e farlo andare a letto tranquillo.
Machiavellici, psicopatici, narcisisti, superficiali e pure un po’ guardoni, non male come ritratto per una che ha ammesso di essere tra i pochi ad amare i giornalisti. Ma è poi vero che nessuno li ama? Se pensiamo al grande affetto del pubblico per le molte firme scomparse facendo il proprio mestiere, qualcuno potrebbe cinicamente commentare che «l’unico giornalista buono è quello morto», ma a ben vedere si tratta di uomini e donne apprezzati dai lettori per la loro dedizione a una professione difficile e coraggiosa cui si sentivano chiamati.

«Ci vuole tempo, un gran buon senso e una tua cultura indipendente per sapere cos’è vero. Se no prendi tutto per oro colato», così Tiziano Terzani descriveva le caratteristiche indispensabili per ogni buon giornalista. In tempi di citizen journalism in cui sembra che chiunque possa mettersi a fare questo mestiere scrivendo in rete e scattando foto col cellulare, è questo che in fondo il lettore chiede a chi guarda al mondo per lui: tempo per indagare, buon senso per discernere, intelligenza per interpretare. Amiamo i giornalisti, purché non temano di dirci la verità e non abbiano alcuna voglia di farci andare a letto tranquilli.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *