Fase 2, il momento della responsabilità

La civiltà nasce dunque dal momento in cui pensiamo abbia un senso prenderci cura del più fragile, sia esso bambino, anziano, malato nel corpo o nella mente

Un femore rotto, un femore rotto e poi guarito… Questo, parola di Margaret Mead, “è stato il primo segno di civiltà, di comunità”. Gli studenti intono a lei la guardavano con stupore, cosa c’entra poi un osso della gamba con la civiltà, con l’essere una comunità? Fatto è che se lo stare insieme non è dotato di significati, se non abbiamo ancora la capacità di
proteggere il più fragile, un femore rotto è morte sicura. La persona impossibilitata a muoversi sarebbe esposta alla ferocia degli animali, alla fame e alla sete. Invece no, viene protetta e accudita per giorni e giorni, fino a quando riesce nuovamente a riprendere la mobilità. La civiltà nasce dunque dal momento in cui pensiamo abbia un senso prenderci cura del più fragile, sia esso bambino, anziano, malato nel corpo o nella mente. Quando il gruppo si stringe intorno a lui, lo riconosce e lo protegge, allora nasce una comunità civile.

Se è vero questo presupposto, dobbiamo riconoscere che a fronte della drammatica emergenza determinata dal coronavirus, la nostra civiltà non ha dato grande prova di sé. Ma la prova per certi versi capitale comincia ora, con la partenza della cosiddetta “Fase 2”. Già, perché, sia pure piena di errori, la fase del lockdown, del tutto e del niente, dell’obbligo dello stare a casa e della guerra ai runners, del fare solo l’essenziale, dei medici eroi e del virus infame
lasciava poco spazio alla discrezionalità, alle regole sfumate e autogestibili.

Ora, invece, per uscire dal lockdown saremo tutti chiamati a una grande prova, quella della responsabilità.

Responsabilità è una parola interessante, etimologicamente sorprendente: è capacità (abilità) di dare risposte; starà quindi ancora a noi dare una risposta a chi ha il femore rotto, non esporlo alla ferocia della bestia e alla fame, prendercene cura, riconoscendo nella sua fragilità, nel suo essere anziano, un passaggio necessario dell’esistenza. Potremmo accantonare il problema: farci trascinare nella scia della moltitudine che reclama le libertà tolte temporaneamente per scongiurare la catastrofe. Bearci della progressiva libertà di acquisto, di viaggio, di passatempi, di rapporti sociali e di legami affettivi.

Oppure no. Oppure fare tesoro dell’ammonimento di Margaret Mead per tentare di diventare davvero una comunità, riconoscendo le nostre reciproche caratteristiche e fragilità, altra parola che dovrebbe tornare ad avere ruolo e spazio dopo ciò che molti di noi hanno visto e per quelli di noi che abbiamo perso. Magari rifletteremo, magari capiremo che, malgrado tutto, le risposte che dobbiamo dare non sono al Governo, alla polizia, e in fin dei conti neanche ai nostri anziani. Penso che le risposte le dovremo dare all’anziano che già abita in noi e che se avremo fortuna, nel tempo, prenderà presenza. E ai nostri figli, che nel vederci prenderci cura non di nonno Francesco o di nonna Maria ma di tutti e di ciascuno, con rinnovato stupore apprenderanno la difficile arte della pazienza e della cura, dell’unica forma di stare insieme possibile.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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