Facciamo tesoro dell’ansia prodotta dal crollo del ponte

Questa volta tutta Italia ha avuto paura: forse non riusciremo come sempre a dimenticare in fretta

C’è una legge cinica e brutale del giornalismo secondo cui l’interesse del lettore per una tragedia è indirettamente proporzionale alla distanza. Cinquemila morti in India equivalgono a cinquanta in Francia, a cinque in città e a un ferito sotto casa. La regola viene quotidianamente applicata più o meno consapevolmente da tutti i giornali del mondo ma ha qualche eccezione: ad esempio se ci sono di mezzo bambini, se sono coinvolti personaggi noti o squadre di calcio. Eccezionale è stato non a caso l’interesse per i piccoli calciatori tailandesi intrappolati in una grotta. Ci sono poi disgrazie che colpiscono l’opinione pubblica con una violenza apparentemente inspiegabile. È il caso del crollo di Genova che ha suscitato un’emozione senza uguali, anche se lo raffrontiamo con eventi dal bilancio ben più spaventoso. La compassione per le vittime non basta a spiegare la reazione di milioni di italiani, fatta di dolore ma soprattutto di angoscia, diciamo pure di paura.

Certo un moltiplicatore dello sbigottimento è dovuto all’immagine: spaventosamente spettacolare quel moncone di ponte sospeso come un mostro sulle case sottostanti.
Ma ciò che ci ha fatto sentire un brivido sulla pelle è che su quel ponte almeno una volta nella vita ci siamo passati anche noi,
e che su ponti simili, sopraelevati su fiumi e su case, milioni di noi transitano spesso, in auto o in treno, per vacanze o per lavoro. Gli esperti intervenuti dopo il crollo hanno contribuito ad alzare il livello dell’ansia. Delle migliaia di ponti italiani solo uno su otto, a quanto pare, si può definire immune da pecche. E certo non è consolante apprendere che il calcestruzzo usato di regola nel dopoguerra per edificare piloni e colonne di sostegno possa ammalarsi di vecchiaia e diventare decrepito dopo 50-60 anni, cioè oggi. Occorrono controlli minuziosi e severi, che vengono auspicati, anzi reclamati a gran voce l’indomani di ogni tragedia, crollo o terremoto, frana o scoppio o inondazione che sia. Così, a furor di popolo si mette talvolta una pezza sul tassello che si è rotto, e in breve si fa finta di non sapere che l’intero mosaico, cioè l’Italia intera, andrebbe restaurato.
L’eccezionalità della tragedia di Genova è sta nel fatto che questa volta l’ansia è cresciuta a tal punto che sarà difficile per molto tempo dimenticare, far finta di niente, continuare a chiudere gli occhi, per interesse o per disinteresse, di fronte all’incuria, all’imprudenza, alla negligenza. Se cresce di pari passo alla paura la consapevolezza del rischio, possiamo sperare che aumenti grazie alla tragedia di Genova l’attenzione di tutti a una più corretta gestione del territorio e dei beni di pubblica utilità.
Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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