Facciamo pochi bambini perché vengono a mancare gli adulti

Oggi si passa dalla gioventù al giovanilismo e si riduce l’età matura, quella in cui ci si dovrebbe assumere la responsabilità di un figlio

In Italia nascono pochi bambini. Gli studiosi del fenomeno lanciano l’allarme: parlano di drammatico declino demografico. Il Paese invecchia. Le speranze residue sono riposte nei migranti stranieri, ma sembra che anche loro, una volta approdati nel cuore dell’Occidente, abbiano drasticamente ridotto il numero dei figli.

Demografi e opinionisti parlano di congiuntura poco favorevole all’istituto familiare: crisi economica, alto tasso di disoccupazione giovanile, mancanza di politiche efficaci a sostegno della famiglia, mentre la Chiesa lamenta il venir meno di valori tradizionali fondati sul matrimonio, la cui indissolubilità si rivela sempre più precaria.

Tutto vero. Tuttavia, se queste sono cause senza dubbio importanti, ci sono anche ragioni psicologiche più profonde. Un figlio viene spesso percepito come un impegno gravoso, la sua cura come un dovere che limita la libertà della coppia, la sua educazione come un peso sofferto. Né questi sono tempi favorevoli a unioni coniugali solide, in cui l’amore non ha continuo bisogno di emozioni forti, ma è sentimento armonioso. Uomini e donne o consumano sesso saltando da un’avventura più o meno eccitante all’altra, tutte intercambiabili, o inseguono il fantasma della grande passione, vissuta come un assoluto che si tinge spesso di sofferenza. Quasi che per sentirsi vivi, per esistere, abbiano bisogno di esasperare i sentimenti, di lasciarsi dominare da emozioni brucianti, e anche di provare tormento e dolore. L’eterno puer che è in loro si rifiuta di abbandonare la stagione avventurosa della giovinezza per approdare alla responsabilità dell’età adulta che sembra spaventarli.

Certo,

se nella nostra società il comune modo di sentire lega il concetto di responsabilità all’idea di fatica, peso, sacrificio, è naturale che molti lo rifiutino

e cerchino di fermare il tempo, preferendo rimanere nel limbo di uno stato adolescenziale artificialmente prolungato.

In un saggio di recente pubblicazione (Senza adulti, Einaudi, To, 2016) Gustavo Zagrebelsky osserva che protrarre con ogni mezzo la giovinezza provoca la contrazione dell’età matura, che dovrebbe essere, e in passato è stata, l’età della piena realizzazione di sé. Oggi non si scivola più nella vecchiaia, attraverso un processo graduale secondo natura: vi si precipita all’improvviso, quando tutti gli artifici non reggono più.

In una società divisa tra giovani fuori tempo massimo e vecchi con pretese giovanilistiche si riduce quell’età adulta che, attuando la felice sintesi di energia fisica, capacità intellettuale e ricchezza esperienziale, dovrebbe assumersi la responsabilità del suo tempo storico.

Assumersi responsabilità significa affermare la propria esistenza, entrare consapevolmente nel tempo della storia e sperare di lasciare un segno di sé per ciò che si riesce a realizzare agendo nella società.

Mettere al mondo un figlio è forse la forma più alta di assunzione di responsabilità di fronte al futuro, oltre che l’unico modo, per i comuni mortali, di accedere alla forma di immortalità loro concessa, finora inseguita invano con formule chimiche.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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