Esorcizziamo la paura della guerra chiamandola missione di pace

Militari italiani in Afghanistan
Ricorriamo a contorsioni linguistiche pur di non ammettere l’evidenza dei conflitti che esistono anche se la nostra quotidianità non ne è toccata

Andremo in Libia. / Anzi no, non ci andremo. / L’Italia è pronta a guidare una missione internazionale in Libia. / Anzi no, non siamo disposti a interventi affrettati. / Pronti da ora 3000 militari da schierare sul terreno. / Anzi no, non ci lasceremo trascinare in operazioni pericolose e irresponsabili.

Si susseguono annunci in palese contraddizione. Non meraviglia la difficoltà di prendere decisioni coerenti dopo i tanti disastri di iniziative militari che hanno destabilizzato invece di stabilizzare, che, partite con le migliori intenzioni di favorire la crescita democratica, hanno prodotto la lotta per bande e rafforzato il fondamentalismo religioso e il terrorismo. Quanto al progetto di “esportare la democrazia”, sembra la versione aggiornata della pretesa di “portare la civiltà” propria del vetero colonialismo. Da tutte le parti ora si invoca prudenza.

Fatta questa doverosa premessa, chiediamoci come la guerra entri oggi nell’immaginario collettivo. Per tutti coloro di età superiore ai trenta anni il concetto evoca certamente immagini del primo e secondo conflitto mondiale del Novecento: le trincee scavate nelle nostre montagne, con l’odore di orina e di paura, i cecchini in agguato, le carneficine prodotte da ordini dissennati, come ci hanno raccontato tanti romanzi e tanti film, le città sventrate, ridotte a macerie fumanti, lo sbarco in Normandia, i rastrellamenti delle SS e i treni della morte, il grande fungo nel cielo di Hiroshima. E ancora, John Wayne alla testa di una colonna di blindati, i marines a Omaha beach, Vittorio Gasmann e Alberto Sordi ne La grande guerra

Ma i millenials? Quale sarà l’immaginario bellico della generazione digitale, che poco sa di storia? La rivoluzione del web, che ha trasformato profondamente l’universo mentale delle nuove generazioni, ne ha certamente rivoluzionato anche l’immaginario. Quale può essere questo immaginario? Difficile dirlo. Ma certamente non è quello dei fratelli maggiori. Probabilmente si avvicina più alle scene d’azione dei videogames.

Anche se sembra non esistere più un universo concettuale univoco, c’è qualcosa che accomuna tutti: nella nostra Europa democratica e tutto sommato prospera nessuno è preparato a una guerra, la stessa parola che la designa è diventata un tabù. Nessuno dei nostri governanti la pronuncia: il suo posto è stato preso da ingegnose contorsioni linguistiche: “missione di pace”, “intervento umanitario”, “missione internazionale”. In questo modo si esorcizza la paura a prezzo di una mistificazione.

Invece in guerra ci siamo da molto: nostri contingenti militari operano da tempo in Afghanistan, in Iraq, in Libano, ma possiamo dimenticarlo perché la nostra quotidianità non ne è toccata. Ce ne ricordiamo sporadicamente solo quando giunge notizia di qualche scontro con morti e feriti o quando vediamo in televisione il Presidente del Consiglio in tuta mimetica in visita natalizia ai soldati.

Certo, non c’è più l’esercito di leva e “i nostri ragazzi” non corrono il rischio di venire strappati dalle aule universitarie per andare al fronte, come accadeva negli Stati Uniti ai tempi del Vietnam. Le guerre – scusate, le missioni di pace – le fanno militari che hanno scelto la professione del soldato, la cui finalità è di prepararsi tutta la vita per un conflitto che, forse, ci sarà. Quindi niente madri in piazza, niente oceaniche manifestazioni trasversali contro l’inutile macello, basta non pronunciare l’esecrabile parola.

Si tratta però di un’operazione pericolosa di ipocrisia mistificatoria: si rimuove la parola, ma il cambio del significante non coincide con il cambio del significato. In questo modo, maneggiando abilmente il lessico, si può scivolare nel conflitto armato negando di farlo, si può agire la violenza dicendo di operare per la pace, in modo da non urtare la sensibilità di noi uomini contemporanei. È proprio questa sensibilità, maturata attraverso i secoli, che rende improponibili per la società civile concetti che i nostri avi non avevano paura di usare con disinvoltura in tutta la loro crudezza. Ma il rimosso, lo sappiamo, spesso ritorna, e in questo caso ritorna sotto forma di sangue, di morti e di stragi, come dimostrano recenti esperienze.

Meglio quindi non violentare il linguaggio e, qualora decisa, entrare nella guerra a occhi aperti, con piena consapevolezza di ciò a cui si va incontro, senza giocare con le parole.

In caso contrario bisognerà trovare qualche nuovo, ingegnoso ossimoro: forse “guerra umanitaria”, “missione militare di pacificazione”, “violenza democratica”?

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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