Esiste il grande amore su Tinder?

E’ un'app che ha sedotto più di 50 milioni di single e, a sentir loro, funziona. Se parliamo di relazioni, però qualcosa di diverso c'è.

Tinder esce dal suo guscio di timidezza e sfoggia i suoi primi cartelloni pubblicitari nella metropoli milanese. Il segno di un’eventuale crisi dell’app di incontri più famosa al mondo o l’accertato sancirsi del suo successo globale?

L’applicazione è nata nel 2012 e oggi conta più di 50 milioni di utenti attivi. La ricerca dell’anima gemella non è mai stata così semplice. Il suo segreto? La velocità. Il meccanismo è una miscela letale tra il “like” su Facebook e il “click” d’acquisto su Amazon. All’utente vengono mostrate foto di potenziali partner che si trovano nelle vicinanze. Il lavoro è semplice: se ci piace, trasciniamo l’immagine a destra, se non ci piace, la trasciniamo a sinistra. Quando l’apprezzamento è reciproco, scatta un “match”, e la futura coppia può finalmente mettersi in contatto.

È la fine del corteggiamento. La nemesi dell’amor cortese. La paura di non piacere è superata e il gioco comincia in discesa. Ma siamo sicuri che funzioni davvero?

A. condivide da anni ormai con me le sue esperienze “amorose”. Il mese scorso si è innamorato di nuovo e il suo Cupido è stato ancora una volta il fidato Tinder. Le sue avventure sono state numerose e ogni volta degne di una grande fiducia iniziale. Nell’arco di due o tre mesi però, sistematicamente, qualcosa è andato storto. Inutile cercare di farlo riflettere. La tentazione è troppo grande e ogni volta via da capo con un nuovo “matching”. Tutto questo per la felicità di Tinder, che, stranamente, pur nascendo con il nobile intento di aiutare le persone a incontrarsi, esordisce con nuove locandine stile cinema nelle banchine delle metropolitane: “Single per vivere senza limiti”.

M., d’altra parte, mi racconta che non cercava una storia seria e tantomeno si aspettava di trovarla su un’app di incontri. Eppure, durante un periodo di studi all’estero, ha deciso di provare la novità del momento e oggi, da più di due anni, è felicemente impegnato.

Gli studi sociologici non si sono fatti attendere, ma le statistiche appaiono finora contraddittorie. Woody Allen, nel suo film del 2009, ci mette in guardia dagli stereotipi romantici e ci ricorda che nelle relazioni umane, in fondo, “basta che funzioni”. In effetti, a prescindere dal forte senso di insicurezza e dalla crescente mancanza di luoghi di aggregazione da cui certamente nasce l’utilizzo di questi nuovi strumenti, sarebbe presuntuoso giudicarli come inutili o superficiali.

L’amore non può essere spiegato. Come scrisse Novalis, sono i poeti che ne custodiscono il segreto. Tuttavia, è difficile pensare a un mondo in cui l’incontro possa essere addomesticato. Esso, infatti, richiede la nostra totalità. La nostra voce, il nostro sguardo e, forse, a ben guardare, anche la nostra paura. 

Giuseppe Lorenzetti

Dottore in Psicologia. Tirocinante presso Fondazione Lighea Onlus.

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