Epidemia di nevrosi e paranoia al tempo del coronavirus

Ci sono giustificazione valide per la gravità. Delle misure di emergenza messe in atto in Italia?

Parafrasando Garcia Marquez: La vita al tempo del coronavirus.

Paesi interi dell’operosa Pianura Padana completamente isolati da un cordone sanitario e immagini che mostrano centri fantasma: serrande abbassate, strade vuote.

Ma anche Milano, la grande Milano, la Milano europea, è “in aspettativa”: lezioni sospese nelle scuole e nelle università; teatri, cinema, musei, centri culturali e ricreativi chiusi, stop a bar e locali pubblici a partire dalle ore 18.

Prove generali di coprifuoco.

Chi parlava di chiudere gli accessi al nostro territorio è servito: rischiamo di diventare noi italiani i cinesi d’Europa, e di vederci respingere alle frontiere.

Oggi, martedì 25 febbraio, la comunità cinese si è adeguata e ha dato disposizione ai suoi membri di chiudere i propri esercizi commerciali fino a data da destinarsi, anche se non si vede come persone che vivono e lavorano a Milano – e i cinesi lavorano tanto – possano viaggiare per le zone infette, completamente sigillate da settimane.

Qust’ultima disposizione, completamente irragionevole, dimostra a quale grado sia giunta l’isteria collettiva, la stessa che spinge la gente a pretendere il tampone anche in assenza di un quadro sintomatico preoccupante, o a saccheggiare i supermarket.

Intanto sui media si alternano le interviste a esperti e politici, mentre sui social si rincorrono appelli allarmistici, consigli “fai da te” e vere e proprie fake news.

Ci sono giustificazioni valide per tali misure di emergenza? Chi vi vede solo le conseguenze di paure irrazionali pecca forse di superficialità o sottovaluta un grave pericolo?

Il coronavirus è senza dubbio molto contagioso, ma non risulta particolarmente letale per persone in buona salute, non più di una comune influenza.

Ciò che spaventa penso sia proprio l’idea dell’untore, il sospetto che chi ci siede vicino sui mezzi pubblici, chi si soffia il naso in attesa del caffè, allo stesso banco del bar al quale siamo appoggiati, chi soffoca un colpo di tosse a teatro ci possa infettare.

La minaccia nascosta ci circonda: è nella stretta di mano del compagno, nel bacio affettuoso dell’amico, nella distanza ravvicinata con il collega. 

Un ulteriore elemento ansiogeno è la consapevolezza che non esiste vaccino. Fortunati abitanti della parte fortunata del mondo, abituati a trovare in farmacia ogni possibile rimedio a qualsiasi male, non riusciamo a capacitarci che la scienza sia tenuta in scacco dalla natura, che il progresso tecnologico non riesca a difenderci.

Paradossalmente, non sempre dei vaccini esistenti facciamo buon uso: alcuni ne mettono in dubbio l’efficacia, altri rifiutano addirittura di servirsene. Ma il fatto che esistano è comunque rassicurante: sono a disposizione, sta a me decidere se e quando usarli.

Nel caso presente si tratta invece di affrontare l’ignoto: da qui l’ansia e, in un crescendo, paura, angoscia, panico.

Né vale ricordare che statisticamente durante i picchi influenzali si contano qualche migliaia di morti, pur avendo a disposizione tutti i farmaci necessari.

A questo punto più che l’epidemia virale sono forse da temere le conseguenze psicologiche destabilizzanti, la psicosi collettiva.

L’ossessivo bombardamento mediatico, l’allarmismo diffuso generano il sospetto che ci sia un segreto, qualcosa di non detto, il che è una tipica costruzione paranoica.

Individui psicologicamente fragili  possono essere facilmente suggestionati e produrre fantasie di pericoli ignoti che ci sovrastano, di poteri occulti che tramano nell’ombra, oppure sviluppare pensieri persecutori.

Curiosamente, una delle poche notizie estranee al coronavirus, che oggi occupa quasi tutte le pagine dei giornali, è quella relativa a processioni propiziatorie della pioggia in una Sicilia tormentata dalla siccità. Nonostante le palesi differenze, la fede nell’antico rito e la paura del virus hanno qualcosa in comune: la persistenza del pensiero magico. Con la differenza che al sud le pratiche religiose di un mondo prescientifico creano almeno coesione sociale, mentre la paura allontana e divide, perché porta a vedere nell’altro una potenziale minaccia.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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