Elogio dell’autoerotismo: non è solo un gioco da ragazzi

Riceviamo dal dottor Joaquin Otuvas questo contributo che volentieri pubblichiamo e che tende a rivalutare la masturbazione quale componente della sessualità anche nell’età adulta

Giunto alla soglia dei 70 anni desidero riabilitare una pratica, l’autoerotismo, della quale posso finalmente confessare di essere stato assiduo frequentatore tra i 12 e i 17 anni, talvolta anche in allegra gara con amici.

Ai miei tempi ci voleva del coraggio, dati i messaggi terrorizzanti di educatori e preti, ora terrorizzanti (ti ammali, diventi debole, diventi cieco…), ora subdolamente ricattatori (dai un dolore a Gesù, la Madonna piange…)

La fisicità dell’atto era accompagnata e riscattata da una copiosa produzione fantastica, spesso dotata, lasciatemelo dire, di vivace capacità creativa.

Io e i miei coetanei ci eccitavamo evocando, quasi in un trance onirico, immagini erotiche suggerite da letture, film, figure di dive irraggiungibili, signore della porta accanto altrettanto irraggiungibili. Così curavamo arrabbiature, delusioni, brutti voti, malinconie adolescenziali. Poi c’era l’imbarazzo della immancabile confessione, ma in fondo bastava qualche Ave Maria per aggiustare le cose. Oggi è venuto meno il clima di riprovazione sociale e la pedagogia moderna non colpevolizza più i ragazzi. È rimasta invece l’idea di un atto inconcludente, vano, segno di debolezza inadatto a individui nel pieno vigore, che trova espressione anche in coloriti detti del linguaggio popolare: «non vale una sega», «farsi seghe mentali», «masturbazioni mentali». La pratica si giustifica in adolescenti, ma in adulti suggerisce concetti di mancanza, insufficienza, impotenza.

Ho sempre pensato che

un autoerotismo ampiamente corredato di fantasie guidi i ragazzi alla scoperta del sesso e li prepari lentamente a un rapporto amoroso maturo, coltivando il desiderio.

Ma la pratica prescinde dall’età, è democratica e trasversale rispetto a sesso, provenienza, professione, classe sociale.

«Mi son steso sul divano / ho chiuso un poco gli occhi / con dolcezza è partita la mia mano». Così cantava Lucio Dalla che ben ne interpreta la funzione consolatoria dopo una cocente delusione.

Io mi spingo più in là e attribuisco all’atto un valore addirittura terapeutico. Un autoerotismo sano, cioè praticato in modo non compulsivo, ha la capacità di recuperare aspetti regressivi di un mondo fantastico-magico andati in parte perduti nel processo di crescita, un po’ come avviene con il gioco.
Come psicoterapeuta ho poi un altro motivo di apprezzamento: pazienti affetti da grave disagio psichico, che non sono in grado di sopportare l’intimità con l’altro, riescono a confrontarsi con emozioni forti senza la paura di venirne sopraffatti.

Oggi però credo che l’immaginario erotico sia a rischio. Le fantastischerie errabonde sono infatti state abbondantemente sostituite dal crudo realismo dei filmini porno. Assistiamo forse, anche in questo campo, a un processo di omologazione che uccide la varietà creativa individuale?

Temo di sì. È il momento di difendere una pratica liberatoria nel suo esercizio immaginifico più personale e privato contro l’imposizione di stereotipi che sostituiscono la pornografia all’erotismo.
In un’epoca in cui tutto finisce sui network, questo rimane forse l’ultimo spazio di intimità segreta. Difendiamolo con tenacia: finalmente qualcosa che è solo mio!

Joaquin Otuvas

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

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