Edipo non va più di moda: adesso arriva il complesso di Enea

Gian Lorenzo Bernini: Enea, Anchise e Ascanio (particolare)
L'eroe di Virgilio assolve al meglio il ruolo di figlio e di padre: non dimentica le radici e crea le premesse per il futuro

Nel mondo occidentale è in atto una trasformazione destinata a cambiare in profondità il rapporto genitori-figli.

Mentre si va allungando la previsione di vita, si sposta anche sempre più in avanti l’età in cui si fanno i figli. Sino a tempi abbastanza recenti una donna che partoriva il primo figlio prossima ai 30 anni veniva tecnicamente definita “primipara attempata”, oggi le neomamme hanno spesso ben più di 30 anni e non è raro trovarne che superino i 40, mentre i padri sono generalmente ancora più vecchi. Questo significa che siffatti genitori difficilmente potranno fare gli amici dei figli, come voleva la moda di anni recenti (e questo è sicuramente un bene), ma anche che adolescenti e giovani tra i 15 e i 20 anni avranno a che fare con genitori di 60- 70 anni: genitori nonni, a loro inferiori per forza fisica e competenze tecnologiche, data la velocità del progresso in questo campo e la facilità di apprenderne gli sviluppi delle nuove generazioni.

Chissà se Freud, qualora fosse vissuto ai nostri giorni, avrebbe potuto ugualmente teorizzare il suo noto complesso ispirandosi al famoso mito.

Nel mondo antico le donne venivano considerate in età da marito subito dopo la maturazione sessuale, si sposavano a 15-16 anni e anche prima, e presto diventavano madri. L’Edipo che giunge a Tebe era un giovinetto forse neppure ventenne e, fatti due conti, la regina vedova doveva essere ancora una splendida donna in piena età fertile, come testimoniano i quattro figli frutto del matrimonio incestuoso.

In questi termini il racconto mitico risulta pertanto credibile e compatibile con la società in cui Freud viveva, nella quale le distanze tra le generazioni non erano troppo ampie.

Poco credibile sarebbe invece un Edipo ventenne sposo di una donna sulla sessantina e assolutamente esclusa dalla possibilità di procreazione della coppia.

E che senso avrebbe ingaggiare una lotta mortale per il potere con un padre ormai debole che di potere non ne ha più a causa del divario tecnologico che lo separa dalle nuove generazioni, indifferenti al sapere che potrebbe loro trasmettere in quanto lo considerano superato?

Forse è il caso di cercare altri miti, che meglio interpretino il presente, ai quali rifarsi.

Ci ha provato Massimo Recalcati, che ha arricchito il teatro dell’inconscio freudiano di una nuova figura: Telemaco, il figlio di Ulisse.

Massimo Recalcati, dopo essersi a lungo occupato della crisi della figura paterna nella società contemporanea fino a parlare del suo declino, o meglio «evaporazione» (Cosa resta del padre?, Cortina, 2011), è giunto ad avvertirne la nostalgia e ad auspicarne il ritorno attraverso la vicenda dell’eroe Telemaco (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, 2013), a cui affida il riscatto delle nuove generazioni

Telemaco non è stato cresciuto dal padre, partito per la guerra di Troia quando lui era in fasce, ma l’ha conosciuto e amato attraverso il racconto della madre e scruta il mare attendendo che ritorni e riporti la Legge. Diversamente da Edipo, che simboleggia il conflitto tra le generazioni, quando i figli ingaggiano la lotta con i padri per poter diventare adulti e prenderne il posto, Telemaco attende il padre per allearsi con lui nella vendetta contro chi gli insidia la madre e attraverso questo rito di iniziazione ricevere il testimone dal genitore e accedere all’età adulta.

Da Ulisse si aspetta che riporti la Legge dove legge non c’è, tuttavia non si limita a un’attesa passiva: va incontro al padre, affronta un viaggio periglioso per averne notizie, per ripercorrerne le rotte e quindi, secondo Recalcati, è erede “giusto”, in quanto non si prepara a vivere di rendita sull’eredità ricevuta, ma agisce per fare davvero proprio ciò che gli viene donato. L’eredità non è infatti un bene da godersi passivamente, ma continua riconquista, grazie alla quale l’erede giusto, mentre riconosce il debito simbolico nei confronti dei padri, non si limita a ripetere il passato, ma si proietta nel futuro.

La teorizzazione di Massimo Recalcati è senz’altro affascinante e convincente. Anche a noi sembra che l’idea dell’avvicendarsi delle generazioni che trasmette una giusta eredità sia oggi meglio espressa dal mito di Enea. Il significato di tale figura è mirabilmente sintetizzato nel celebre gruppo marmoreo di Gian Lorenzo Bernini che traduce visivamente con assoluta fedeltà i versi di Virgilio. Capolavoro assoluto, la statua si rifà a un modello iconografico collaudato, variamente riprodotto in molteplici opere scultoree dell’antichità.

Vediamo l’eroe, uomo nel pieno delle forze, colto nel momento in cui fugge da Troia in fiamme: porta sulle spalle il padre Anchise mentre il tenero figlioletto Ascanio lo segue stringendosi alle sue gambe. Colui che fu un tempo amato da Venere è ora un vecchio rinsecchito e fragile che l’eroe regge senza evidente fatica, e stringe tra le mani l’effige dei Penati che non ha abbandonato alla furia dei vincitori, mentre il bambino sembra cercare di porre il piede sulle orme paterne. Non si poteva meglio esprimere in una sola immagine potente l’idea della continuità della stirpe attraverso le generazioni.

Enea, pur nel mezzo del pericolo estremo, non abbandona il vecchio padre e lo porta in salvo, e con lui salva l’eredità di un passato glorioso simboleggiato dall’immagine che Anchise reca con sé. Tutto il passato è sulle spalle di Enea, ma non è un fardello pesante: l’eroe non dimentica le radici, ma guarda avanti e crea le premesse per un mondo nuovo, un impero con una vocazione universale, destinato a unire e fondere insieme, soggetti a una stessa legge, i popoli più diversi.

Enea non è, in genere, un personaggio molto amato: troppo scialbo a confronto dei sanguigni eroi omerici che amano e odiano con furia passionale, troppo politicamente corretto, troppo virtuoso, troppo pio, troppo calcolatore per ispirare simpatia. Ma forse questi giudizi nei suoi confronti sono eccessivamente severi e profondamente ingenerosi. Enea assolve al meglio il ruolo di figlio e di padre: non si sottrae al dovere verso l’eredità degli antenati, ma prepara un mondo nuovo per la sua discendenza e per portare a termine la sua missione non si lascia distogliere dalla passione o sedurre dai piaceri.

Dal quadro tracciato è assente la figura femminile. In realtà nel gruppo dei fuggiaschi avrebbe dovuto trovare posto anche Creusa, sposa e madre, che invece, secondo il racconto virgiliano, scompare subito nella confusione della fuga. A differenza di Penelope, onnipresente anche in assenza, Creusa è presenza lieve, segue silenziosa il marito, ma quando questi si volta non la vede più. Gli apparirà, fantasma gentile, esortandolo a non tornare indietro a cercarla e a votarsi tutto al suo glorioso destino. È necessario che Enea sacrifichi con dolore una parte del suo passato per poter viaggiare leggero, portando con sé solo ciò che è essenziale.

Nel suo lungo peregrinare l’eroe incontrerà altre donne: la splendente Didone, che esprime un amore passionale, estremo, dagli esiti tragici, alla quale rinuncerà per portare a termine la sua missione; la mite Lavinia, che meglio si adatta al ruolo di sposa e madre, che gli porta in dote il Lazio.

Enea è l’uomo del cambiamento: è un esule che lascia dietro di sé un mondo in macerie e si imbarca in una traversata ricca di incognite verso un approdo incerto. Da lui avrà origine una stirpe di uomini nuovi che abiteranno un impero multietnico in cui identità e culture diverse si incontrano e si fondono.

Il mito di Enea si presta a interpretare il nostro futuro; se penso al domani, immagino un uomo su un crinale: alle spalle l’eredità di un passato certamente importante, ma che, vista la velocità di cambiamento impressa dal progresso tecnologico, per le nuove generazioni rischia di diventare sempre più “un paese straniero”, un passato di cui è necessario conservare memoria senza rimpianti, davanti l’ignoto di una società che sta faticosamente prendendo forma.

Ma Enea è attuale anche in un altro senso: prefigura un nuovo rapporto figli-padri in cui il padre non è più l’antagonista che il figlio deve simbolicamente uccidere per prenderne il posto, come l’Edipo del teatro freudiano, né l’eroe che torna da lontano per aiutare il figlio ancora troppo debole a riaffermare la Legge (non ci sono più Proci che insidiano il possesso della sposa-madre), ma un vecchio fragile che volentieri si affida alle spalle robuste di un figlio con il quale non può competere né in gagliardia fisica né in competenza tecnica né in progettazione del futuro, e alla cui pietas si abbandona fiducioso.

Per concludere in modo più leggero e irriverente, il gruppo marmoreo descritto potrebbe fotografare perfettamente la situazione attuale: in una società sempre più vecchia, quale la nostra, giovani uomini virtuosi sono impegnati a caricarsi sulle spalle genitori decrepiti, che puntano a diventare centenari, sia per quanto riguarda l’assistenza sia economicamente, poiché lavoratori attivi che contribuiscono a pagare le loro pensioni, e a sostenere teneri fanciulli incerti sul proprio futuro.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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