Ecco perché è importante che i matti stiano tra di noi

In questo articolo, pubblicato dal mensile Domus, il professor Giampietro Savuto spiega come è stata realizzata nelle sue comunità l’integrazione delle persone affette da disturbi psichici

In 33 anni di attività ho conosciuto 10 Paoli, 8 Roberti, 9 Barbare, 5 Guidi, 4 Alici, 7 Elene, 8 Francesche, 12 Luca, 6 Silvie, 3 Arianne, 2 Alessandre, 3 Alessandri, 4 Andrea, 1 Gregorio, 1 Alex, 8 Stefani, 10 Giulie, 6 Massimi, 2 Concette, 2 Marianne, 4 Enrichi, 3 Federiche, 5 Fabii, 3 Elisabette, 9 Marchi, 6 Filippi, 8 Martine, …….…….e poi Bruno, Diego, Enzo, Tobia, Donata, Ettore, Gianluca, Gennaro, Jonathan, Giordano, Franca, Sonia, Sabrina …….e molti, molti altri…..quasi tutti i santi del calendario, circa 900 persone. Tutti individui strambi. Non so quale sia la casa dei loro sogni, ma conosco bene la casa dove hanno provato a ricominciare a vivere dopo il tunnel cieco delle crisi : la casa della loro trasformazione.
Chi è affetto da disturbo psichico è una persona profondamente sola, isolata, preda di angosce profonde, con grande difficoltà di relazione e sensibilità esasperata, incapace di controllare le emozioni. Quale luogo di cura possiamo immaginare per lei?
Un luogo in cui possa esprimere la propria sofferenza e essere ascoltata, che l’aiuti a uscire dal suo isolamento e ad entrare in relazione con altre realtà, a riappropriarsi di una progettualità per il futuro, a integrarsi o reintegrarsi nella vita sociale.
Questa diagnosi ci porta ad attribuire al luogo della cura e al modo dell’abitare importanza e caratteristiche specifiche. In primo luogo a spostarli da fuori a dentro le mura della città, anzi nel suo centro pulsante di vita.
Non si tratta certo di sottovalutare la sintomatologia della psicosi, che va affrontata con terapie farmacologiche e psicoterapiche adeguate, ma di riconoscere che nella malattia c’è sempre una dimensione ambientale sulla quale è possibile, anzi doveroso, intervenire.
Questa convinzione mi ha spinto, nell’ormai lontano 1984, a collocare le mie prime comunità terapeutiche in appartamenti di quartieri del centro di Milano, in condominii abitati da famiglie e studi professionali.
Tale scelta non è stata priva di difficoltà. Le paure dei condomini danno corpo a fantasmi. C’è chi sente piangere disperatamente, c’è chi sente ridere sguaiatamente, c’è chi segnala circostanze inquietanti, c’è chi teme cattivi incontri sulle scale…….i bambini fanno brutti sogni….
La vicinanza e la progressiva conoscenza hanno però giovato a mitigare nel tempo la diffidenza reciproca e hanno favorito una evoluzione culturale nei confronti del disagio psichico.
Gli spazi abitativi realizzati coniugano un sufficiente grado di protezione e una quotidianità dai ritmi il più possibile normali, non hanno porte chiuse né sbarre e si aprono a tutte le sollecitazioni di un’area metropolitana dalla intensa vita sociale. Gli ospiti vengono incoraggiati a personalizzare le loro stanze e gli arredi degli ambienti comuni in modo di appropriarsi dello spazio e di renderlo sempre più casa, luogo di intense dinamiche relazionali e centro della vita affettiva.
Molti di loro devono essere educati alla cura del proprio corpo, che trascurano e spesso maltrattano, che talvolta non sopportano nemmeno di guardare allo specchio. La casa è un po’ come un corpo che devono imparare ad amare: è importante che gli edifici, gli ambienti, gli oggetti rimandino loro un’immagine di bellezza e armonia.
La proposta terapeutica realizza la sintesi tra modello materno e modello paterno: si presenta accogliente, per rispondere al bisogno di riconoscimento e di accettazione, e insieme normativa, per imporre regole che contengano e rassicurino.
Anche la collocazione in zone centrali ha una sua logica: evita il pericolo della ghettizzazione delle periferie, spesso trasformate in dormitori per i diversi che vengono da mondi lontani, accanto ai quali i nostri matti sarebbero i più diversi dei diversi.
All’inizio degli anni ’70, quando sono approdato a Milano per frequentare la Scuola di Specializzazione di Psicologia, il mio primo approccio con la realtà psichiatrica è stato nel manicomio di Mombello, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dove i reclusi vagavano come all’interno di un infernale girone dantesco.
L’ubicazione e la struttura di edifici come quello soddisfacevano perfettamente l’esigenza di esclusione e segregazione di un’intera società. Delle famiglie, di cui placavano le ansie sollevandole da ogni responsabilità, dei cittadini “sani” desiderosi di rimuovere l’immagine della follia per proteggersi dalla paura irrazionale da essa ispirata, dell’autorità pubblica che così intendeva difendere la comunità dalla presunta violenza del pazzo, dei pazienti stessi, trasformati da vittime in complici di un sistema fatto apposta per assecondare la loro inerzia psicotica, per incoraggiarli ad abbandonarsi nelle braccia deresponsabilizzanti della follia.
Io e molti colleghi siamo stati affascinati dall’utopia di ridare dignità a quell’umanità dolente, storicamente esclusa, come ben documentato da Foucault, e di portarla a vivere all’interno del tessuto sociale. E questo percorso iniziava con il luogo della cura e il modo dell’abitare.
C’è una domanda che mi sono sempre posto: qualche architetto si è mai seriamente interessato alla progettazione di strutture idonee ad accogliere questi pazienti? Oggi, sempre più riscontro un’attenzione particolare alla progettazione di strutture che vengono pensate per alleviare le sofferenze con le patologie più diverse quali Alzheimer, Parkinson, gravi malattie dell’infanzia con risultati interessanti.
Se il malato mentale ha paura del mondo e difficoltà di relazionarsi con l’altro, non puo’ essere isolato in edifici nascosti da grandi giardini o immersi nella natura campestre, anche se amena, con porte chiuse e grate alle finestre, che assicurano un alto grado di protezione, ma, se impediscono l’uscita, rendono difficile anche l’entrata. Né l’organizzazione interna, anche se efficiente e responsabile, può ricordare troppo quella di uno spazio esclusivamente sanitario.
Oggi le comunità terapeutiche della Fondazione Lighea, di cui sono responsabile, sono 3, per complessivi 30 posti letto, tutte in condominii del centro di Milano (via Leopardi, Via S. Marta, Via Domenichino). Stessa ubicazione per gli spazi della riabilitazione e per gli alloggi semiprotetti dove i pazienti che hanno portato a termine il percorso di comunità si trasferiscono, continuando a fruire di un certo grado di assistenza e a sviluppare un programma riabilitativo personale che sfrutta tutte le opportunità offerte dal territorio cittadino ( corsi, centri sportivi, attività culturali, cinema, ristoranti ).
Si è creata così una rete di strutture e di servizi che funge da contenitore del disagio, all’interno della quale il paziente si muove, trovando risposte adeguate ai diversi bisogni di un percorso spesso accidentato: nei periodi di relativo benessere, durante i ricorrenti momenti di crisi, quando c’è un nuovo inizio.
Se “curare” non significa necessariamente “guarire”, ma piuttosto “prendersi cura”, ovvero aiutare il paziente a conquistare una qualità di vita migliore, pur con la sua malattia, nonostante la sua malattia, accanto ai “sani”, la città intera diventa luogo di cura, offrendo spazi di socializzazione, accogliendo il portatore di disagio psichico accanto a tutte le altre forme di diversità che nel suo habitat convivono.
La presenza del matto, visto da vicino, serve a dissipare false credenze e leggende nere sul suo conto: l’immagine di violenza che spesso gli si associa, la particolare istintualità, la tendenza all’aggressione che gli vengono attribuite. Nel contatto diretto la paura viene ridimensionata, i fantasmi terrorizzanti lasciano il posto alla vista di una fragilità che induce a riflettere anche sulle proprie debolezze. La sofferenza non esaurisce l’umanità del malato mentale. Egli può comunicare tenerezza, talvolta allegria, ricordare il mondo dei bambini con il loro linguaggio immaginifico e creativo. L’irrazionalità può farsi poesia, un modo altro di sentire e di vibrare (Alda Merini insegna).
Milano si è rivelata terreno fertile per questa esperienza di inclusione, che offre anche un modello operativo per il futuro, nel momento in cui nuovi soggetti sociali con lo stigma della diversità bussano alle porte.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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