È sacrosanto dire di no, ma il fronte del no è deprimente

Votare contro per principio, o per menefreghismo, conduce a un pericoloso e paralizzante pessimismo

No alle Olimpiadi, no al referendum, no alla TAV, no all’Europa, no al ponte di Messina, no alla mensa scolastica, no a tutto. Ma si può dire no a tutto? Certo che si può. Basta che ciascuno si dia, e se ha un ruolo pubblico dia al prossimo, una spiegazione anche minimamente valida del suo diniego. Dire no, votare no è forse il diritto più importante della democrazia. Ciò che non appare né democratico né sensato, e lo dico senza alcun pregiudizio politico né alcuna preferenza di parte, è il no per principio, generalizzato e menefreghista.

Il fronte del no, come con indubbia efficacia è stato battezzato, appare non solo politicamente scorretto ma anche pericoloso perché si accompagna a uno scetticismo paralizzante: è inutile fare perché tanto non cambia niente, è inutile partecipare perché tanto non conto niente.

È l’anticamera di un pessimismo di massa che conduce alla depressione di massa.

Pochi ammettono che il loro no ha connotati capricciosi e irrazionali, come quello del bambino che si nega a qualsiasi proposta per rendersi problematico, e quindi meritevole di attenzione.

Si inventano motivazioni a dir poco curiose. Non ci candidiamo per le Olimpiadi perché sono troppo costose e perché è troppo alto il rischio di infiltrazioni mafiose, di pastette, di intrallazzi. Ma qualcuno ha seriamente calcolato il valore in immagine (cioè in euro) di una simile vetrina? E il valore per la mafia di una simile ammissione di impotenza da parte dello Stato? Qualcuno può spiegarci perché altre nazioni (Francia, Stati Uniti, ecc.) considererebbero con gioia la vittoria della loro città candidata?

E qualcuno degli anti-europeisti può dirci quanto varrebbe oggi la nostra lira (e il nostro stipendio) dopo una quindicina d’anni di inflazione a due cifre?

Quanto al referendum che propone la riforma del Senato, con relativo dimezzamento dei senatori, non erano fino a ieri tutti d’accordo che occorresse ridurre il numero e gli stipendi dei politici e che il rimpallarsi delle proposte di legge tra i due rami del Parlamento allungasse a dismisura i tempi della approvazione definitiva? Chi sostiene che la riforma non è perfetta davvero pensa che se ne possa fare una migliore in qualche mese, dopo aver aspettato questa per trent’anni?

E il no alla TAV? Perché mai solo in Val di Susa diventa insostenibile e insopportabile l’impatto ambientale che in mezza Europa, e anche nell’Italia del Freccia Rossa e di Italo, è stato giudicato accettabile? Discutiamo da cinquant’anni sul Ponte di Messina. Anche lì le ragioni del no sono legate al rischio-mafia. Come se non fosse stata finora la mancanza del ponte a fare il gioco della mafia, agevolandone il malaffare. E che senso ha dire no al ponte finché ci saranno ferrovie a binario unico o autostrade troppo strette? Come chiedere di non mettere Università laddove resistono sacche di analfabetismo.

Infine il no che sembra più futile, e per fortuna assolutamente minoritario: le mense scolastiche, a lungo attese e vissute come una manna da migliaia di genitori, non sono più vissute come un utile servizio a buon mercato ma come insopportabile sopruso. Meglio il picnic di mammà, da consumare però in sala mensa, alla faccia delle garanzie di igiene e delle responsabilità sanitarie. Vi risparmio le fantasiose motivazioni dei genitori “privatisti”. Il fronte del no è variopinto, come dice Confucio. È di 2500 anni fa, ma va benissimo ancora oggi: «Quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente».

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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