Dopo il coronavirus riscopriremo il piacere dei contatti umani?

Forse finita l’emergenza rinnoveremo il gusto dell’intimità con le persone care dimenticando social, streeming, skype, videochiamate.

In questi giorni di segregazione obbligatoria si discute animatamente dei comportamenti degli italiani: “Bravi!, hanno sfatato i luoghi comuni che li vogliono indisciplinati e trasgressivi, e si sono dimostrati capaci di adeguarsi alle drastiche restrizioni della loro libertà”; “No, sono stati irresponsabili nella fuga precipitosa verso il sud o sulle piste da sci, e hanno messo a rischio la salute altrui”.

I pareri sono come sempre discordi, ma tutti convengono nell’apprezzare l’abnegazione del personale sanitario e nel rilevare un nuovo clima di solidarietà e di aiuto reciproco tra i cittadini.

Intanto si moltiplicano i cartelli e gli striscioni alle finestre: “Ce la faremo – Andrà tutto bene”.

Il pensiero va al “dopo”, alla fine della pandemia.

Ma come sarà questo “dopo” ?

Anche a tale proposito troviamo pareri divergenti: “Ci riapproprieremo della nostra quotidianità”; “No, niente sarà più come prima”.

Tutti concordano sulla durezza dell’emergenza economica che dovremo fronteggiare, ma c’è chi ha fiducia nelle capacità di ripresa di un popolo che sa dare il meglio di sé nelle situazioni critiche e chi è invece decisamente pessimista e vede il sistema Italia allo sfascio.

E per quanto riguarda i comportamenti e le conseguenze psicologiche?

C’è chi vede  nell’uso e abuso di social e di app un percorso  verso la solitudine di relazioni virtuali che prescindono dal contatto fisico: l’adozione, in questi giorni, di smart working e lezioni a distanza potrebbe rafforzare questa tendenza. Già si parla con apprezzamento di tali forme di organizzazione del lavoro che potrebbero essere applicate con profitto anche in futuro, passata l’emergenza. La necessità imposta dal virus si trasformerebbe così in un laboratorio di sperimentazione con risultati applicabili ad altri contesti.

Il lavoro a domicilio può esse in alcuni casi una soluzione valida, magari comoda, talvolta una scelta obbligata, ma isola il lavoratore, lo priva della frequentazione di ambienti lavorativi che sono anche spazi sociali, in cui si dialoga, ci si confronta, si discute, si stabiliscono relazioni, talvolta amicizie. Tutto questo costituisce un valore aggiunto che merita la fatica di spostarsi.

Il discorso è ancora più valido per quanto concerne scuola e università. L’aula è un luogo di apprendimento, ma anche di socializzazione, dove è fondamentale il confronto quotidiano con gli insegnanti, ma soprattutto con i coetanei.

Negli anni della crescita il rapporto quotidiano con i pari che si attua a scuola, fatto di scambio e scontro di idee, condivisione di scoperte e di segreti, di sentimenti ed emozioni, si rivela particolarmente importante per la formazione personale, ed è sempre a scuola che si stabiliscono amicizie profonde e durature, alcune delle quali accompagnano tutta la vita. Nessuna lezione a distanza può supplire a tutto ciò.

Forse il Covid-19 potrebbe lasciarci in eredità anche qualcosa di positivo: un rinnovato sentimento identitario, non frutto di nazionalismi o sovranismi, ma fondato sulla solidarietà e la consapevolezza di essere partecipi di una sorte comune, sul senso di responsabilità verso gli altri, sulla condivisione di paura e di speranza, sul fermo proposito di impegnarci per superare uniti le difficoltà future.

Vedremo cosa dirà la Storia.

Ciò che sicuramente ci lascerà è il desiderio di camminare per le strade tra gli alberi fioriti da una primavera precoce e il piacere dei contatti umani, dell’intimità con le persone care, da toccare e abbracciare, dimenticando social, streaming, skype, videochiamate.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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