Dopo 40 anni l’eretico Basaglia ha ancora un grande nemico

Il pericolo più grande è nella convinzione che si possa arrivare alla normalizzazione della sofferenza psichica

Da sempre la figura dell’eretico si colloca in uno spazio grigio dell’immaginario, ovvero in quella posizione mai pensata prima, irriverente e innovativa, al contempo scandalosa e originale.
A ben guardare la potenza innovativa dell’eretico risiede nella sua capacità di produzione di pensiero e di senso altro rispetto all’ortodossia e alla tradizione.
Entrambi, l’eretico e l’ortodosso, leggono le stesse cose, spesso attingono al medesimo fiume, per poi prendere due direzioni diverse, non necessariamente opposte.
Ecco dunque che un giovane psichiatra, Franco Basaglia, cerca di leggere in modo originale il disagio psichico, cerca di attribuire un senso diverso a ciò che da anni l’ortodossia psichiatrica aveva stabilito.

Questo personaggio eretico, questo uomo originale e innovativo che, per sua fortuna, trova anche una fame sociale e politica di innovazione, di libertà, di apertura, porta dunque la forza dirompente di un’alluvione che improvvisamente fa saltare la diga di un’epistemologia classica in tema di disagio mentale, portando sul tavolo nuovi concetti dapprima estranei o lontani dalle argomentazioni cliniche.
Diritto di cittadinanza, libertà, arte, emarginazione sociale, ruolo politico: queste sono solo alcune delle espressioni che, entrate nel linguaggio di questa nuova psichiatria, hanno divelto il piano della nosografia dapprima e poi restituito il matto al suo ambiente originario, alla società, alla famiglia, alla città.
Nascono allora i presidi territoriali, nasce la psichiatria di comunità, la società che guarisce e che supporta l’uomo fragile, portatore di paure e sofferenza.

Ora, a quarant’anni da quella primavera, la riabilitazione psichiatrica naviga serenamente nell’alveo di quella che un tempo fu alluvione e ora è divenuta fiume.
A mio modo di vedere però il nemico è sempre in agguato, come ci direbbe ora Basaglia «è il potere che vince sempre». Ma qual’è questo nemico? Che forma ha, quali parole proferisce?

A mio avviso siamo di fronte ad almeno due nemici, di cui uno è particolarmente insidioso.

Il primo, ma non è questo il pericolo maggiore a mio avviso, è l’ignoranza che genera la paura che la follia sia pericolosa, che debba essere messa sotto controllo, chiusa, forse ancora più di prima.
Questo rischio, sempre in agguato, a mio avviso non rappresenta un reale pericolo perché porta con sé la cifra della violenza, della repressione, della forza e chiama quindi alla reazione, all’opposizione.
Il pericolo maggiore a mio avviso vive nella stessa casa che noi specialisti abitiamo, in quel pensiero seducente che attraverso l’eresia si sia approdati a una dimensione condivisa e normalizzante della sofferenza psichica.
Dunque l’eresia come ortodossia finalmente rinnovata, il protocollo di cura, la diagnosi, la misurazione, come approdo definitivo di un sapere che non si aspetta più nulla di anomalo o perlomeno che ha saputo ridurre l’anomalia a un portato statisticamente insignificante.
Come a dire finalmente possiamo stare tranquilli, abbiamo capito…
Ben altra cosa invece è l’insegnamento dell’eretico: l’eretico ci dice da sempre che il fenomeno analizzato sfugge alla logica, alle regole; l’eretico, per dirla con Martin Heidegger, accetta di descrivere e studiare i pesci senza cedere alla tentazione di levare l’acqua.
L’eresia invece si pone oggi, a distanza di anni dalla rivoluzione che l’ha creata, come una nuova religione, con nuove regole e una nuova liturgia, come una gabbia migliore e rinnovata.

Si dirà allora: quale sarà la soluzione? In che modo si potrà sfuggire alla normalizzazione?
A mio avviso restituendo alla psichiatria la sua vocazione originaria, rinunciando alla folle trasformazione che le logiche di reparto spesso impongono, facendo dunque tornare sovrana la relazione, l’osservazione clinica e accettando la fragilità e l’ontologica insicurezza di chi cerca in ogni caso di trovare una risposta alla fatica di vivere.
Restituire dunque a ognuno il senso della propria vita, la capacità di convivere col male, di trovare nuovi obbiettivi e nuove risorse.

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Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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