Dalle paure irrazionali non si guarisce con il cervello

Le rassicurazioni e i ragionamenti di buon senso non servono: meglio aiutare chi sta male a non sentirsi solo e incompreso

«Dottore mi sento stupido, ho paura di uscire di casa, paura degli insetti, anche dei più innocui… e mi sento stupido»

Quante volte ho sentito discorsi simili, declinati nei modi più originali ma che girano intorno allo stesso tipo di situazione: il soggetto che ha paura spesso realizza razionalmente che non c’è la necessità oggettiva di averne, cerca di rassicurarsi attraverso la ragione, si interessa, si fa una cultura sull’oggetto della sua paura, però alla fine spesso capitola.

Le persone intorno a lui fanno un percorso esattamente uguale al suo, ovvero cercano di rassicurarlo, cercano di dargli elementi oggettivi, scientificamente inopinabili ma, come lui, non riescono ad aver ragione dell’esperienza spaesante dell’angoscia. 

Ansia, angoscia, paura, mille nomi per un’unica dimensione esistenziale: quella di temere di perdere il controllo sul mondo, sul nostro corpo, sull’altro. 

C’è una differenza fondamentale tra angoscia e paura e quest’ultima è a conti fatti la meno insidiosa. Si ha paura di una cosa presunta e concreta che potrebbe verificarsi. La paura dunque è in una buona parte arginabile; se ho paura della malattia mi controllo di più, faccio una vita sana, uno sport, ecc. Se ho paura dei ladri metto l’allarme, frequento luoghi più sicuri. 

 La paura non è altro che la versione ridimensionata e concreta dell’angoscia,

nemico ben più insidioso che si presenta come una profonda paura ma non ha un oggetto, è come una sensazione spesso anche fisica che stia per accadere qualcosa che non saremo in grado di fronteggiare. L’angoscia, ci dice il filosofo, «non sa che cosa di fronte a cui è essa stessa angoscia» (M. Heidegger, Sein und zeit).

Si presenta dunque come esperienza spaesante nel senso che ci trova ontologicamente  impreparati ad affrontarla, arriva da dentro e non da fuori, è «chiamata di coscienza» («Anruf aus gewissen», M. Heidegger), è una vocina interna che ci rende terribilmente inquieti. 

La strategia di difesa è quindi di dare un corpo al nemico, allora il primo passaggio è quello di trasformare angoscia («angst») in paura («furcht»). Così raggiungiamo spesso l’obbiettivo di avere di fatto qualcosa o qualcuno con cui prendercela. 

«Ecco cosa era! Ho lasciato il gas aperto… Non ho chiuso la porta… Potrei avere un tumore…»: costellazioni di paure per le quali possiamo fare qualcosa, e allora controlliamo, facciamo check-up, visite mediche, sempre in cerca di quel luogo che non c’è in cui troveremo la quiete. 

Il secondo step, fallita la rassicurazione, è quello di passare dalla paura al pericolo: la prima non può che essere esperienza irrazionale e soggettiva mentre il secondo è razionale e oggettivo. Facciamo degli esempi: lavare i vetri al dodicesimo piano, cambiare le tegole del tetto, fare il palombaro: queste sono esperienze pericolose delle quali possiamo avere o non avere paura; oggettivamente e razionalmente il pericolo esiste ma molti possono non avvertire la paura, anzi possono essere affascinati da tali esperienze. 

Ben diverso è avere paura delle mosche, della folla, degli ascensori, degli aerei. Molti ammettono razionalmente che un viaggio in aereo è molto più sicuro di un viaggio in auto, ma questo non elimina affatto la paura di volare.  Quest’ultimo passaggio è importante: trasformando la paura in pericolo ci difendiamo dall’inaccettabile e incomprensibile dimensione irrazionale come a dirci: «Non sono io fifone, tutti hanno paura di questa cosa, è questa cosa che fa paura: è pericolosa». 

Questo è il motore del contagio delle paure, della costruzione dei miti che conferiscono a persone o situazioni di grande visibilità e disponibilità il marchio del pericoloso, riconoscendo loro il potere di generare paura. 

Come se ne esce? Esiste un antidoto per le paure immotivate?

Dopo che è fallita la rassicurazione razionale io inizialmente cerco spesso di far sentire meno sole e meno stupide le persone che chiedono aiuto. Evito perciò le frasi storiche tipo «Non avere paura, non c’è pericolo», che servirebbero solo a fare sentire le persone ancora più sole e incomprese. 

Spesso mi trovo a dire: «Immagino come ti possa sentire e quale sia la fatica della vita che stai facendo» e intuisco che chi mi sta di fronte reagisce positivamente: «Allora qualcuno che mi capisce l’ho trovato, questo qualcuno non  cerca di convincermi che il pericolo esiste o non esiste, non giudica, mi sta accanto e non sono più solo». 

Allora inizia il cammino a due verso la terra delle paure, nel corso del quale comprendiamo che in fondo non dobbiamo aumentare il controllo per stare meglio ma al contrario dobbiamo diventare più elastici, in modo da accettare che di fatto viviamo una vita fragile ed esposta al rischio ma che questo lentamente e faticosamente può essere vissuto con maggior leggerezza.

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Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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