Da Edipo a Telemaco: come è cambiato il rapporto padre-figlio

I genitori che si propongono come amici e compagni dei propri ragazzi impediscono un sano ed educativo confronto dialettico

Da Edipo a Telemaco: così si potrebbe sintetizzare il cambiamento prodottosi negli ultimi sessanta anni nei rapporti genitori – figli. Da un Edipo che uccide simbolicamente il padre per prenderne il posto a un Telemaco che con il padre fa alleanza. Non potremmo che esserne felici.

Tuttavia una simile trasformazione non è priva di problematicità. Non tutti i figli sono Telemachi, giovani che riconoscono l’autorità del padre e allo stesso tempo sono capaci di agire per rendersi degni della sua eredità, né tutti i padri sono Ulissi.

In molti casi l’alleanza si traduce nell’annullamento della differenza generazionale da parte di genitori che si comportano come la loro prole: madri che si vestono come ragazze e che competono in femminilità con le figlie; padri che si propongono come amici, come compagni, cercando di adeguarsi alla cultura giovanile, ascoltandone la musica, imitandone il linguaggio.

Non si tratta certo di rimpiangere l’autoritarismo di un rapporto verticale, ma l’annullamento della distanza tra le generazioni comporta l’impossibilità che si sviluppi un sano confronto dialettico, che abbia valenza educativa e, per il giovane,  sia strumento di crescita e mezzo attraverso il quale affermare la propria identità.

Quella che ha maggiormente sofferto questa trasformazione è la figura paterna, definita, con fortunata espressione, “evaporata”.

Il padre ha infatti spesso rinunciato alla funzione di educatore, di colui che trasmette esperienza e che, grazie all’autorevolezza che gli viene riconosciuta, offre la sicurezza di una protezione.

La presenza di un genitore consapevole del suo ruolo non abolisce la trasgressione, rito di passaggio verso l’ affermazione della propria autonomia, ma contribuisce a mantenerla entro limiti che ne permettono un uso positivo e non distruttivo.

L’appiattimento a livello orizzontale della comunicazione porta invece alla perdita di autorevolezza, all’incapacità di esercitare una funzione normativa, sostituita da un atteggiamento giustificatorio che tende sempre a minimizzare, anche in presenza di fatti gravi. Con la conseguenza, tra l’altro, che il giovane che vuole si ascolti il suo disagio è spinto ad alzare l’asticella della trasgressione.

Forse all’origine delle difficoltà di rapporto c’è l’insicurezza del genitore moderno rispetto alla capacità di farsi amare. Un tempo il problema non esisteva. L’amore era infatti obbligo indiscutibile di figli devoti, oggi invece va conquistato.

Madri e padri poco sicuri di sé desiderano ad ogni costo l’amore dei figli, a volte addirittura in competizione tra loro, e non sono in grado di sopportare il pianto infantile di un bambino che dice “non ti voglio più bene”, né la rabbia e la ribellione di un adolescente rancoroso. Il ricatto dell’amore è troppo forte per genitori fragili che temono di dire NO.

Non si intendono certo negare le trasformazioni positive prodottesi nelle relazioni familiari: affetto al posto di imposizione, libertà al posto di possesso, discussione al posto di obbedienza, tuttavia è più che mai  necessario trovare un giusto equilibrio tra autorità e ascolto, fermezza e comprensione, e non abdicare al ruolo educativo di genitori responsabili.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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