Da anni cerco il mio vero naso: so che esiste, lo troverò

Ispirato da Pirandello, ecco liberamente ricostruito il mio racconto dell’odissea di un paziente

– Che fai?
– Niente, mi guardo qua, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
– Credevo guardassi da che parte ti pende.
– Mi pende? A me? Il naso?
– Ma sì, guardatelo bene: ti pende verso destra.
Cominciò da questo il mio male. Mi si fissò il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere…

Fin qui, come qualcuno avrà capito, non è farina del mio sacco.
È l’incipit di Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello. Straordinariamente calzante però con una storia vera, capitata a un mio paziente, che vi propongo liberamente riadattata in forma di racconto.

Me ne sono reso conto che avevo 18 anni. Improvvisamente mi è stato tutto chiaro. No, non che fosse brutto: non storto, non gibboso, non troppo prominente, anzi diritto e regolare, eppure… Eppure… C’era qualcosa, qualcosa… Era come se non si innestasse armoniosamente sul resto del viso, come se fosse un’escrescenza estranea piantata lì, al centro della mia faccia, un grumo di carne che non riconoscevo come mio.

Oh, ma io l’avrei cancellato, l’avrei estirpato da quel luogo che non era il suo, avrei donato al mio viso il suo naso vero, il naso a cui aveva diritto.

I miei genitori naturalmente non erano d’accordo, come non erano stati d’accordo quando avevo voluto cambiare liceo, e poi quando avevo voluto cambiare ordine di studi, e poi ancora quando avevo deciso di smettere di andare a scuola. Ma alla fine avevano sempre ceduto. Li avrei convinti anche questa volta.

Cominciavano ad apparirmi più chiare anche le cause dei miei insuccessi scolastici. Era stato il naso. Non mi ero mai sentito a mio agio nel mio corpo e ora sapevo il perché. Così a disagio, così fuori posto con me stesso, così insicuro, come avrei potuto concentrarmi? Come avrei potuto applicarmi allo studio?
E i miei insuccessi con le ragazze? Sempre il naso. Le mie compagne mi avevano sempre ignorato, nessuna voleva uscire con me. Mi guardavano con disgusto e mi fissavano proprio lì. Allora non capivo, ma ora sì: era il naso.
E quando ho cercato di fare l’attore? Lo ricordo lo sguardo dei registi. Sembravano soddisfatti, poi incominciavano a fissarmi al centro della faccia e la loro espressione cambiava. Era lui, sempre lui, il naso.
E quando ho recitato nello spot del dopobarba? La mia partner mi osservava con uno sguardo strano… Non posso dimenticare quello sguardo: si concentrava su un punto preciso, sotto la fronte, tra gli occhi, alla radice del setto. Quello sguardo mi bruciava, mi rendeva insicuro, ne percepivo tutta la profonda disapprovazione. Era il naso, il naso, il naso.
Bisognava cancellarlo, estirparlo quell’organo alieno, annullarne per sempre i malefici effetti.

Ho iniziato a cercare il chirurgo. Ne ho consultati nove. E ho cominciato a cercare il mio naso, il mio vero naso: nelle simulazioni al computer, nelle fotografie, sui volti degli altri. A volte l’ho visto, addosso a qualcuno che neanche sapeva portarlo con dignità. Facce da scemo, insignificanti, che non si meritavano quel gioiello incastonato nella tessitura ossea, e magari lo sfiguravano anche con il piercing.
La scelta è stata difficile. Mi ci sono dedicato a tempo pieno, con il massimo impegno, con la più assoluta dedizione, per otto mesi. Alla fine ho deciso.

Quando mi hanno tolto le bende e mi sono guardato allo specchio, ho finalmente visto il mio volto, il mio vero volto. Una sensazione meravigliosa. Finalmente mi sono conosciuto e riconosciuto. La mia vita cambiava. Giorni memorabili, esaltanti, pieni di nuove energie, di progetti per il futuro; non posso pensarci senza una struggente nostalgia.
Poi, un giorno, ero per strada, mi sono visto in una vetrina: un giuoco di superfici a specchio mi ha offerto una prospettiva inusuale, di tre quarti, quasi di profilo, e mi sono accorto che qualcosa non andava. Qualcosa… qualcosa… un leggero deformarsi della linea della narice destra, appena una sfumatura. Ho subito cercato di verificare anche il lato sinistro: niente, una pinna perfetta. Ma l’asimmetria mi disturbava. Non potevo evitare di specchiarmi in tutte le superfici riflettenti per controllarla: in casa, per strada, al lavoro. In breve questa osservazione ha occupato tutta la mia giornata, ha assorbito tutte le mie energie: dovevo trovare l’inquadratura giusta e seguire la metamorfosi di quell’organo che sembrava ribellarsi, diventare ogni giorno più estraneo.

Di nuovo il naso, il naso, il naso.

A volte mi sembra del tutto regolare, ma io so che è un subdolo inganno, un’illusione ottica, e allora mi metto a scrutarlo con più attenzione, fino a quando riesco a cogliere quella leggera traccia, quel piccolo rigonfiamento carnoso che ne altera le proporzioni.
Lavoro a un cortometraggio, ma solo poche ore al giorno, perché devo avere il tempo di osservare il mio naso e di parlarne con il mio psicanalista.

Lui mi rimanda la sua immagine, indifferente alle mie ansie, sempre più distante, sempre più estraneo. Ha vinto lui, sempre lui, il naso. Ma non mi arrendo: so, lo so per certo, con tutte le forze residue della mia volontà, che il mio naso, dico il mio naso vero, quello che di diritto mi appartiene, c’è, esiste. È una idea platonica che attende di farsi carne, sangue, cartilagini, per collocarsi nella sua perfezione al centro del mio volto. Allora finalmente, specchiandomi, saprò chi sono.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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