Cosa spinge un ragazzo “normale” a diventare un foreign fighter?

La noia, un grande vuoto interiore, la fascinazione della morte… Qualsiasi paragone con il terrorismo politico è improprio

I lettori europei hanno appreso con sgomento dai giornali che ci sono giovani uomini, ma anche giovani donne, che, convertitisi all’Islam più integralista, hanno lasciato il loro mondo per unirsi all’ISIS.
Si tratta in gran parte di appartenenti alle seconde o terze generazioni di famiglie mussulmane da tempo integrate nelle nostre società, ma non solo.

Per i mussulmani figli delle periferie sono state trovate convincenti spiegazioni sociologiche: tessuto sociale degradato, disoccupazione, futuro precario; ma ci sono anche esponenti di ceti sociali che godono di un relativo benessere, giovani che hanno vissuto negli agi e nel clima di libertà che le società occidentali assicurano, le cui scelte sono difficili da giustificare. Quando poi si tratta di giovani europei doc di estrazione borghese che, secondo quanto risulta, hanno condotto esistenze abbastanza regolari, scuole superiori, spesso università, amici, vacanze svaghi, hobby, restiamo sgomenti.

Cosa spinge ragazzi che fino a ieri frequentavano le discoteche, praticavano sport, twittavano con gli amici ad abbandonare gli agi che offre loro una società moderna per trasformarsi in tagliagole? E ragazzine che vediamo sorridere nei selfie, vestite secondo la moda e con il viso accuratamente truccato, come hanno potuto desiderare di sparire dentro un burka? Dovevano avvertire un grande vuoto interiore, un profondo senso di insignificanza per lasciarsi conquistare da un messaggio rozzamente semplificatorio che impone cieca obbedienza a precetti arcaici e non lascia spazio a dubbi e discussioni.

Forse ad attirarli è proprio quella semplificazione che li libera dalla fatica di pensare e dall’angoscia di scegliere.

Più di duemila anni di filosofia non sono serviti a niente. O forse è la noia di chi ha tutto a innescare desiderio di avventura e nostalgia per imprese eroiche. Un tempo c’era sempre una guerra a portata di mano per soddisfare l’ansia di eroismo e la smania di avventura delle giovani generazioni, e chi riusciva ad uscirne vivo era per sempre vaccinato contro tali insensati macelli. Ma si trattava di guerre dai confini territoriali precisi, in cui amici e nemici erano chiaramente identificati per appartenenza ideologica e identità patriottica. Ora i conflitti bisogna andarseli a cercare sullo scacchiere internazionale della guerra diffusa.

Per alcuni di questi foreign figthers si tratta probabilmente di una romantica infatuazione adolescenziale che non regge il confronto con la realtà e produce il disperato tentativo di tornare indietro che non tutti, purtroppo, riescono ad attuare. Ma gli altri, i militanti veramente convinti, sono tutti sedotti dalla fascinazione della morte, e tristemente ricordano altri nemici della vita: i franchisti che nella guerra civile spagnola innalzavano il grido «Viva la muerte!», i fascisti nostrani che andavano «a cercar la bella morte». Ma se per quelli si trattava spesso solo di ostentazione di spavalderia e di retorica ideologica, per le vedove nere con le cinture imbottite di tritolo, per i giovani jahdisti pronti a farsi saltare in aria la religione di morte è divenuta credo intransigente e coerentemente applicato.
Per questo è improprio qualsiasi paragone con il terrorismo politico, anche il più efferato. La storia ha conosciuto altri fanatici: ribelli, rivoluzionari, anarchici, nichilisti, fino ai più recenti brigatisti. Ma costoro, pur non indietreggiando di fronte a nessuna violenza, avevano tutti la pretesa che le loro gesta sanguinarie, dirette contro bersagli specifici, espressione dei poteri che volevano abbattere, servissero a preparare un mondo migliore. Inoltre, se anche erano pronti ad affrontare il rischio di morte, speravano comunque di sopravvivere e riuscire a salvarsi. Nessuno di loro pensava che il suo scopo fosse quello di morire trascinando con sé a caso quante più persone possibili.

Unendosi all’ISIS giovani occidentali sprovveduti, assuefatti alla violenza virtuale dei videogames, possono credere di entrare da protagonisti in un film d’avventura, per altri il salto nella clandestinità equivale probabilmente a una sferzata di adrenalina che li sottrae a una quotidianità priva di stimoli. Ma forse, a fronte della leggerezza e della superficialità di queste motivazioni, vi sono anche coloro per i quali, in un mondo dove nessuno è più disposto a morire per la patria e per la fede, è proprio la morte a esercitare una specie di attrazione orrorifica. Il volto meduseo della pulsione di morte, ben presente nell’immaginario adolescenziale con il suo fascino ambiguo, attrattivo e repulsivo, può allora trovare espressione negli incappucciati neri dell’ISIS.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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