Cosa rimane ai ragazzi se i genitori cantano Achille Lauro?

Se anche la musica trap, ultimo baluardo di ribellione dei post-millennials, viene colonizzata dai genitori, ai figli non resta che cambiare genere

Il mondo degli adolescenti rappresenta da sempre un universo misterioso per i genitori, che vedono i propri figli ingoiati in breve tempo da un cambiamento che ne stravolge aspetto, abbigliamento, gusti, personalità. Una metamorfosi che suscita timore e curiosità e alla quale si cerca di sopravvivere attraverso una lotta continua fatta di divieti, concessioni e compromessi. Ed è proprio il conflitto a nutrire questa fase della vita: un conflitto spesso plateale, talvolta esplosivo, ma che, anche quando espresso in forme più sottili e sfumate, gioca sempre il suo ruolo di potente motore evolutivo. L’adolescente crea così, tra strappi e negoziati, uno spazio personale all’interno del quale sperimentarsi, una zona franca dalla sfera di valori genitoriali in cui giocare la propria identità in via di sviluppo.

Dei campi di battaglia tra generazioni quello musicale riveste storicamente un’importanza tutta speciale, perché

la musica è per l’adolescente un mezzo espressivo privilegiato, un modo per comunicare emozioni altrimenti senza nome e differenziarsi dagli adulti.

Lo  scontro è salito alla ribalta anche durante le serate di Sanremo 2019, che rispetto alle edizioni precedenti ha visto radunarsi di fronte allo schermo un pubblico molto più giovane, grazie alla presenza di artisti amatissimi dai ragazzi. Tra tutti il più atteso e discusso è stato senz’altro Achille Lauro: famoso come esponente della trap, un sottogenere musicale del rap fatto di basi elettroniche, melodie minimali e testi espliciti che mettono al centro fama, denaro, costose griffe di moda, donne esibite come trofei e uso disinvolto di droga.

Che gli adolescenti di oggi possano desiderare di somigliare al loro idolo perché è ricco, ben vestito e ha successo non dovrebbe stupire più di tanto, ma il fenomeno ha suscitato comunque una certa preoccupazione in molti genitori. Con l’insinuazione che Rolls Royce, il brano che Lauro sceglie di portare al Festival, inciti all’utilizzo di ecstasy, le premesse per alimentare la disputa ci sono tutte. Il pezzo si rivela poi in realtà molto meno trasgressivo rispetto alle aspettative: strizza l’occhio più agli idoli di mamma e papà, da Elvis ai Rolling Stones, che a quelli dei figli ed è in sostanza un inno alla vita spericolata di chi sta per approdare un po’ meno sano ma ancora salvo alla tappa dei 30 anni, e che nel finale si affida a Dio per invitarlo a non dimenticarsi della sua anima persa. 

Per tutti quei genitori che erano rimasti immuni al boom di Ghali l’anno scorso è stata così l’occasione per confrontarsi per la prima volta con questo universo musicale nato in rete e diventato ora più familiare e rassicurante, complice il passaggio in televisione. Questa versione edulcorata della trap non solo fa meno paura, ma finisce per attirare l’interesse di molti adulti. Lo stesso Achille Lauro, che prima di Sanremo cantava con aria feroce «Sembra di stare a Thoiry» facendo il verso allo zoo safari parigino citato nel film L’Odio, sfila nei giorni successivi alla kermesse come un esemplare esotico addomesticato nei salotti buoni della Tv. Ma se Mara Venier si fa un selfie con Boss Doms a Domenica In e Fabio Fazio grida ai suoi ospiti: «Eskere!», come la Dark Polo Gang, cosa rimane a un quattordicenne?

La musica era rimasta forse l’ultimo baluardo di ribellione in mano ai ragazzi della generazione post-millennials, che di fronte a questa improvvisa colonizzazione di mamme in prima fila ai concerti di Sfera Ebbasta e di papà che cantano in auto Ricchi per sempre reagiscono in modo ambivalente, divisi tra il piacere di avvertire che l’adulto è in ascolto e tenta di comprenderli e la sensazione opposta di sentirsi invasi in uno spazio che si credeva proprio e ben delimitato. Un’esplorazione musicale, quella dei genitori, che risponde in realtà a una duplice esigenza, rappresentando sì in parte il tentativo di trovare un canale di comunicazione con una creatura divenuta quasi estranea, ma soprattutto l’intento di scacciare la sgradevole sensazione di essere ormai passati al di là della barricata, quella dei vecchi che non capiscono più i giovani. Ascoltare la musica dei figli diventa così un altro modo per esorcizzare l’età e prolungare quella fase di differimento dalla vita adulta che lo psicoanalista Massimo Ammaniti ha definito “adultescenza”.

La trap rappresenta un linguaggio di rottura, una presa di distanza dai simboli paterni necessaria all’adolescente nel suo percorso evolutivo, una modalità espressiva che consente ai ragazzi, anche a quelli che magari non amano più di tanto questo genere musicale, di avere un linguaggio comune in cui riconoscersi. Se il padre si appropria di questo linguaggio per sfuggire alla propria di crescita, al figlio non resta che andare alla ricerca di altri modi per differenziarsi, se non vuole rischiare di rimanere intrappolato in un’eterna fanciullezza. 

Quindi cari genitori se buona parte dei nomi citati nell’articolo continuano a rimanere per voi incomprensibili e non riuscite proprio a capire cosa sia questa trap: va bene così. E se invece tendendo l’orecchio verso la camera dei vostri figli doveste scoprire che la musica di Achille Lauro non vi dispiace poi così tanto, be’ fate loro un piacere: tenetevelo per voi.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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