Cosa è successo nella testa di Trump?

Il 6 gennaio 2021 Capitol Hill, sede del Congresso americano e simbolo di democrazia, è stato preso d’assalto da centinaia di sostenitori di Donald Trump che protestavano perché le elezioni, vinte da Joe Biden, sarebbero state truccate. Il presidente uscente, Donald Trump, è ritenuto da molti il diretto responsabile di questo scempio, con le sue dichiarazioni che avrebbero alimentato la rivolta. 

E’ diventato matto? Ecco  quattro chiavi per cercare di entrare nel suo cervello.

Risponde Raffaella Crosta, psicologa e psicoterapeuta

Come ha potuto un individuo clownesco, dal ciuffo di un improbabile color paglia, fomentare una caricaturale, ancorché drammatica e potenzialmente eversiva, presa della Bastiglia?

Guardando alle vicende americane dall’altra parte dell’oceano, dall’alto della nostra presunta superiorità culturale europea, Trump, fino al giorno precedente il 6 gennaio, ci appariva un individuo grottesco. Certi suoi folkloristici seguaci – tatuaggi, corna vichinghe e pelli di bisonte – potevano sembrarci simili ad alcuni pittoreschi partecipanti alle cerimonie leghiste della prima ora, come quella dell’ampolla delle sacre acque delle sorgenti del Po.

Ma ora non è più tanto il caso di ridere.

Grotteschi furono anche personaggi ben altrimenti tragici: “l’imbianchino” austriaco e il “mascellone” nostrano, come lo chiamava Gadda. Guardando vecchi filmati di adunate oceaniche ci chiediamo ancora come abbiano potuto incantare tanti milioni di persone. Nonostante gli aspetti grotteschi, sappiamo purtroppo come è andata a finire.

Anche Trump ha raccolto milioni di voti, certo non tutti di estremisti esagitati, i più per affezione al glorioso Partito Repubblicano, ma ha scelto di farsi paladino delle frange più arrabbiate e violente. Cittadini bianchi, vittime di crisi economiche e della globalizzazione, che hanno subito un progressivo impoverimento, ingiustamente trascurati dal potere politico, i dimenticati dalla narrazione del politicamente corretto. Tra loro anche gruppi paramilitari sicuramente inquietanti, fanatici del suprematismo bianco, secessionisti, aspiranti protagonisti del terrorismo interno.

Tuttavia i populisti alla Trump non mirano a evolvere la loro situazione, a strapparli allo stato di deprivazione sociale, economica, culturale in cui versano. (Non a caso si è parlato di Peronismo: Evita non intendeva rivestire di camicie i suoi fan adoranti, li voleva sempre descamisados.)

Accarezzano il loro vittimismo, li confermano nell’idea delle ingiustizie subite, avvallano la loro convinzione di essere gli esponenti autentici di un popolo integro, che coltiva amor di patria, fedeltà alle tradizioni, difesa della razza e delle proprie radici culturali, diffidenza per il diverso, truppe d’assalto per il consolidamento del loro potere.

Nel frattempo si moltiplicano i tentativi di diagnosi psichica  della personalità del Nostro. Il termine più largamente usato è “irresponsabile”, ma si usano anche parole decisamente forti: si va da “narcisista maligno” a “psicopatico”, passando per “personalità paranoide”.

Certo la  sconfitta bruciante e la perdita della Presidenza gli hanno strappato dal viso la maschera di decenza che il ruolo istituzionale gli imponeva e gli hanno permesso di calarsi completamente nel suo personaggio, di ESSERE Trump. 

E’ certamente un Narciso incapace di sopportare la frustrazione. Come un bambino non ammette di poter perdere: in politica come nel golf non si fa scrupolo di truccare la partita. Lo smacco subito, che mina il suo senso di onnipotenza, l’ha incattivito e reso vendicativo e pericoloso.

Osservando gli sgangherati reduci dall’assalto a Capitol Hill, dopo la condanna morale affiora quasi un senso di pena: sono individui sgradevoli , molti di loro appaiono decisamente violenti e pericolosi, alcuni non sono diversi da feroci terroristi, ciò non toglie che siano anche poveracci, illusi e manipolati.

 

Risponde Paolo Occhipinti, giornalista e direttore di FuoriTestata

Rispondo da tennista, non da giornalista, e senza velleità psicanalitiche. Sono convinto che nella testa di Trump ci siano molte tare che gli impediscono di ragionare bene. Io ne ho identificata una non certo secondaria: è la carenza di sport, elemento più importante delle proteine che certo non si è fatto mancare. Lo sport è scuola di vita utile  per tutti ma essenziale per coloro che in qualsiasi campo si mettono in gara per emergere.  In generale perché comporta quasi sempre l’obbligo di confrontarsi onestamente   con gli altri,  in particolare perché ti insegna prima a perdere , quando cominci e devi ancora imparare, e solo in seguito eventualmente a vincere.  A Trump questa scuola di vita è mancata, se si esclude la pratica del golf, che non fa testo.   Non mi riferisco, per rispetto ai molti amici golfisti, allo sprezzante giudizio di George Bernard Shaw (“per giocare a golf non è necessario essere sciocchi, ma certo aiuta molto”), quanto al fatto che nel golf, almeno in quello dilettantistico non è previsto un arbitro, cosicchè il giocatore disonesto dispone di innumerevoli trucchetti (addirittura codificati in libri) per falsare lo score a suo favore. Innumerevoli testimonianze provano che Trump li ha usati tutti, tanto da essere rifiutato dai club più prestigiosi nonostante il suo lignaggio. Dunque non può essere la pratica del golf la cura ideale dopo il tracollo politico.   

In attesa che si ricandidi, Dio non voglia, alla Presidenza degli Stati Uniti, consiglierei una terapia alternativa: un corso forzato di tennis. Di tutti gli sport questo, che pratico agonisticamente da cinquant’anni, è tra le scuole più spietate: basti pensare che su cento giocatori che si iscrivono a un torneo, cinquanta verranno eliminati al primo turno. E anche nel punteggio ti alleni fin da subito a schizofrenici alti e bassi: capita anche ai campioni di vincere 6/0 la prima partita e di perdere 6/0 la seconda e giocarsi la vittoria dopo ore e ore soltanto su due punti. Inoltre lo spazio per possibili imbrogli è assai limitato, perché anche nelle partite tra dilettanti, si può richiedere, alla prima scorrettezza, l’intervento di un arbitro. I   pochi Trump che ho incontrato sui campi da tennis hanno sempre inveito contro gli arbitri. Ma alla lunga, qualcuno di loro ha imparato a perdere.

 

Risponde Alcesti Alliata, psicologa e counselor

L’assurdo comportamento di Trump mi riporta ad una bella riflessione del filosofo Aldo Rovatti sull’agonismo e sul gioco. Il filosofo parla di “saper vincere”, mettendo l’accento su quel “sapere” come se (anzi questo intende) fosse una competenza precisa, che si basa su alcuni principi fondamentali: utilizzare le proprie risorse, trarne il miglior partito e servirsi lealmente dei limiti stabiliti, che devono essere uguali per tutti. Insomma, il giocatore conta su se stesso, si misura con il proprio limite e sfida l’avversario, all’interno di regole ben precise e per tutti uguali. 

L’agonismo, letto così, è diverso dal conflitto: l’altro non è un nemico da abbattere, ma un pretesto per misurarsi, per sfidare se stessi. La degenerazione di agonismo è il voler vincere “costi quel che costi”, il desiderio di annientare l’altro, anche contro le regole, anche incrementando irregolarmente le proprie risorse. Una forma insomma di prevaricazione, violenza, astuzia ed inganno. Nello sport si parla di doping, di gioco sleale: in una parola di barare. 

 Rovatti ci ricorda che il saper vincere, per evitare queste forme di decadimento, deve andare di pari passo con ciò che completa la definizione di agonismo: il “saper perdere”. Rovatti è convinto che “nell’attuale società tutti crediamo di sapere già cosa sia vincere, quasi nessuno si preoccupa di capire che cosa comporti l’esperienza della perdita, se abbia un’importanza e soprattutto se siamo in grado di perdere”. Quello di cui parla il filosofo è il paradosso dell’agonismo che non può disgiungere i due termini –  vincere e perdere – se non correndo il rischio di smarrire la definizione stessa di agonismo, di gara, di sfida. 

 Quest’ansia di vincere sempre e comunque, che caratterizza le mosse di Trump, pervade la società a tutti i livelli ed il “saper perdere” viene rimosso, come una vergogna, come una possibilità da evitare, a tutti i costi. 

In questo modo però perdiamo alcune cose importanti: la relatività del gioco e la sua complessità. E con esse, la capacità di stare nel paradosso dell’incertezza (non sempre si vince), senza la pretesa di governarla, perché, come sappiamo bene di questi tempi, l’incertezza è padrona. 

Recuperare la dimensione del saper perdere (e dunque di agonismo) permette di tornare a giocare, in senso alto: rimettersi in gioco ogni volta, senza immaginare di avere il dominio esclusivo. 

 

Risponde Sara Schirripa, counselor e filosofa 

Per illuminare, in senso figurato s’intende, il lato B del 45° Presidente degli Stati Uniti mi viene in mente questa sentenza: 

Vi sono individui che vorrebbero imporre a tutti un si o un no verso l’intera loro persona […]: soffrono di megalomania perché afflitti da una folle sfiducia verso sé stessi. (Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, 1869/89). 

Si presta a scoprire qualche ruga più intima nell’inossidabile Donald, paradosso vivente che nel pieno esercizio delle sue funzioni e nella terra delle libertà, tenta di uccidere la democrazia pur di non accettare il no elettorale. O con me o contro di me. Secondo i manuali di psichiatria l’omicidio è però un suicidio mancato. E così, dietro i fotogrammi che immortalano il delirio di grandezza di un Trump più ossigenato e tonante che mai, vedo agitarsi le mosse scomposte di un inconscio sotto assedio. L’io del vecchio tycoon si incarica di far fuori l’avversario e aizza il proprio seguito di esaltati allo scempio, ma istanze ancora più primitive di quell’io vorrebbero forse solo sbarazzarsi del biondo “moccioso” che non sapeva fare i compiti, se stiamo al racconto della sorella Maryanne. Rischio quasi di provare tenerezza per la folle sfiducia in se stesso che deve aver avvelenato l’infanzia del nostro. Empatizzo persino con il pensiero dicotomico del “con me o contro di me”, che riesuma antiche battaglie (e distorsioni cognitive) personali. A congedare ogni mollezza interviene in extremis una frase di Bertrand Russel. Per lui il megalomane si distingue dal narcisista perché desidera essere potente piuttosto che simpatico e cerca di essere temuto piuttosto che amato. A questo tipo, aggiunge, appartengono molti dementi e la maggior parte dei grandi uomini della storia. Escluderei che Trump rientri nel secondo gruppo.

Lighea

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