Cosa dire a un ragazzo che ha tentato di uccidersi

La psichiatra Giuliana Torre  indica atteggiamenti da adottare e errori da evitare. Intervista di  Massimo Buratti

Cosa succede nella mente di un adolescente che arriva a desiderare di morire? Quali sono gli strumenti a disposizione di un genitore, di un insegnate per riconoscere i segnali di pericolo? Il suicidio (o il tentato suicidio) nell’età dell’adolescenza è un evento che colpisce duramente, che appare inspiegabile e inaccettabile, soprattutto agli occhi di un adulto, per non parlare di un genitore. Ma l’adolescenza, proprio per le sue caratteristiche, espone i ragazzi e le ragazze agli estremi, al tutto o niente, a una difficoltà di regolazione emotiva propria dell’età. In molti casi, per fortuna, il tentativo fallisce, come accaduto di recente a Gaggiano, nel milanese, a una quattordicenne che ha tentato di togliersi la vita a scuola. Ne abbiamo parlato con Giuliana Torre, psichiatra e psicoterapeuta, che si occupa da anni delle tematiche legate all’adolescenza.

Si può parlare di una “tendenza al suicidio” in adolescenza?

Per il suicidio esistono tre fattori di rischio, che sono però anche tre caratteristiche tipiche dell’adolescenza normale: la tendenza ad agire, l’immaturità cognitiva e l’attacco al corpo. Partiamo dall’ultima: il corpo a questa età si trasforma completamente, tanto che ci sono spesso fenomeni di dismorfofobia (la preoccupazione cronica e immotivata per un presunto difetto fisico, ndr), di rifiuto del corpo che non si riconosce come proprio. Il corpo rappresenta anche il legame con i genitori, proprio nel momento in cui l’adolescente deve emanciparsi, distaccarsi da loro, quindi il corpo è quello che testimonia l’appartenenza ai genitori. Allora, per cercare questa identità, il corpo viene ferito, punito, si fa soffrire il corpo che hanno dato i genitori, colpendo così anche loro, in qualche modo. Per quanto riguarda invece l’immaturità cognitiva, l’adolescenza è l’età in cui sono le emozioni, il tumulto emotivo, l’incapacità di regolazione a giocare il ruolo principale. Alle emozioni, tanto sono forti, non si riesce a dare un nome. Non a caso molti adolescenti trovano nella poesia un mezzo di espressione importate, che permette di fare la sintesi tra emozioni e linguaggio e quindi, dando un nome, permette anche di relativizzare. Infine, la tendenza ad agire è la conseguenza di queste due immaturità: si cerca in un attimo di risolvere il problema, di scaricare quella tensione in qualsiasi modo sia. Poter parlare con i ragazzi dopo un tentato suicidio è un momento molto importante e prezioso, perché è scesa la pressione emotiva e quindi si può riflettere.

Quali sono gli errori che un adulto non deve commettere di fronte ad azioni simili?

In primo luogo, mai etichettare un tentativo di suicidio come “dimostrativo”: diamo un messaggio profondamente sbagliato all’adolescente che ha tentato il suicidio e lo portiamo ad alzare ulteriormente il tiro delle sue azioni. Inoltre, è fondamentale non sottovalutare niente, considerare che tutto è attuabile. Occorre sempre mantenere il contatto, l’idea che “chi lo dice non lo fa” è un altro degli stereotipi: chi lo dice sta familiarizzando con l’idea. Guai a non ascoltare, perché è lì che si crea un incentivo all’azione.

Mi viene in mente l’atteggiamento quasi onnipotente di certi genitori che magari si comportano come se accettassero la sfida…

Purtroppo è molto difficile, di fronte a un atto provocatorio, ricordarsi del dolore che c’è sotto. È necessario entrare in contatto con quel dolore, non andare in corto circuito con la provocazione. Quello è il suo modo per nascondere il dolore, col quale non ha confidenza, che non sa gestire, con cui è in conflitto, perché invece quello che vuole e chiede la società è che sia forte e felice.

Un genitore, quindi, deve riuscire ad andare oltre la provocazione

Certo, guardando a cosa c’è dietro a quell’atteggiamento tipico dell’adolescenza, mettendosi in contatto e creando uno spazio contenitivo e di accoglienza. Il lavoro del terapeuta con i genitori è quello di fargli cambiare la rappresentazione mentale che hanno del loro figlio: il più delle volte hanno l’immagine di un rompiscatole, riuscire a smontare questa rappresentazione è l’unica cosa che possiamo fare e così cambia subito la relazione. È necessario che i genitori empatizzino con la sofferenza del figlio o della figlia, ma siccome per i genitori la sofferenza del figlio è come una accusa di inadeguatezza, di insufficienza, è difficile riuscire a realizzare questo incontro. I genitori sentono di dare tutto, di aver dato tutto e faticano ad accettare la sofferenza, l’infelicità del figlio. Anche loro, quindi, gli chiedono di essere felice. A volte è bene che siano i genitori ad andare dallo psicologo, perché spesso l’adolescente non accetta di avere bisogno di aiuto. Allora sono i genitori che possono essere aiutati a gestire la difficoltà di tollerare il dolore del figlio.

Mi sembra un ruolo difficile, quello del genitore, che ha a che fare da una parte col dolore del figlio e dall’altra col suo senso di insufficienza, di non aver fatto abbastanza…

Lo è. C’è da dire che il figlio non sa neanche che è dolore, sente un’emozione confusa, un impulso, uno star male e quindi grida. Lo fa non già chiedendo aiuto, ma dicendo “Non ho bisogno di voi, vi attacco, sono debole ma vi attacco”, quindi con un messaggio distorto perché distorte sono le emozioni che prova. Per questo è cruciale che il genitore non vada in conflitto con queste grida, ma riesca a far cadere la provocazione fuori di sé, facendo capire al figlio che non è quello che colpisce. Questa è una bella rassicurazione: sapere che può attaccare e che suo padre o sua madre non crollano, non cedono. È in questo che i ragazzini mettono alla prova i loro genitori. Devono sapere che il genitore resiste ai loro attacchi, perché altrimenti la loro aggressività diventa terrificante, fa paura. Solo così riescono a integrare nella propria identità i loro aspetti aggressivi.

È un crinale molto complicato, il rischio è quello di prestare una faccia onnipotente

Il messaggio non è di onnipotenza: “Mi fai soffrire ma continuo ad amarti…”, “Non ti nascondo la mia sofferenza ma non ti mollo, ho un’età in cui ho capito che si può soffrire, anche il dolore passa”. È necessario rispondere con la maturità all’immaturità.

Ci sono comportamenti o situazioni familiari da monitorare?

Diciamo che le aspettative dei genitori possono essere un fattore da tenere in considerazione, spesso i ragazzini si sentono inadeguati a quello che loro pensano i genitori si aspettino da loro. Quando per esempio dei genitori scoprono che il figlio usa delle sostanze, la delusione provocata lo riporta all’inadeguatezza, all’impossibilità di rappresentare il figlio desiderato e questo diventa intollerabile. Le aspettative nei confronti dei figli vanno gestite con molta cautela, essere deludenti per loro può diventare intollerabile. Poi vanno sempre valutate con attenzione tutte le condotte autolesive, che sembrano a volte dei piccoli suicidi differiti.

Oltre ai genitori c’è tutto un contesto sociale che ha un ruolo importante. Quanto conta l’esposizione sui Social Network in questi casi?

Da un lato il continuo paragone con vite esposte online che sembrano più belle, più ricche, più divertenti e inarrivabili alimenta i sentimenti di insoddisfazione e inadeguatezza. Dall’altro, l’idea di “riabilitazione” nasce dalla fantasia di esporre la propria morte, a quel punto nessuno si interessa più del fatto che tu fossi brutto o cattivo. Nel momento in cui uno vive una vita in cui gli sembra di essere il più brutto del mondo, il meno capito del mondo, con i genitori che non ti capiscono, gli amici che non ti apprezzano, può consolare la fantasia della bara, dei fiori, degli amici e dei genitori che piangono, la riabilitazione che viene fatta della persona in quel momento. E tutto questo passa sempre anche da una esposizione online, tutto passa da lì. Desiderare di morire è qualche cosa che non esiste nella nostra mente, posso desiderare di non volere più questa vita ma non posso desiderare di morire. Se anche ci immaginiamo morti ci siamo noi che guardiamo noi stessi morti.

Giuliana Torre

Psichiatra e psicoterapeuta, che si occupa da anni delle tematiche legate all’adolescenza

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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