Contro la pandemia valgono i rimedi dei nostri bisnonni

Uno sguardo alle epidemie del passato rivela come nonostante il progresso scientifico le difese contro i morbi misteriosi siano sempre le stesse

Gli anni 60 del secolo scorso sono ricordati come quelli della Contestazione studentesca.

I 70 come gli “anni di piombo”.

Questi che stiamo vivendo saranno ricordati come “gli anni della mascherina”?

Protezione, feticcio, capo di abbigliamento, status symbol, copertina di Linus…

Nell’immaginario collettivo magico amuleto…

La si mette e la si toglie, la si toglie e la si mette, si porta abbassata, alzata, in borsa, nel taschino, al polso, pendente all’orecchio…

Ognuno sceglie il tipo che più gli si confà: usa e getta, chirurgica, bianca, nera, disegnata, personalizzata, firmata… Dimmi che mascherina porti e ti dirò chi sei.

Prestigiosi marchi di cravatte potrebbero essere interessati a produrla. A quando la prima sfilata?

La maschera viene da lontano.

Se esaminiamo le pandemie di cui rimane memoria storica – peste di Atene, del tardo Impero Romano, la peste nera del Trecento, le pestilenze del sedicesimo e del diciassettesimo secolo, la più recente Influenza Spagnola (per ricordarne solo qualcuna che ci ha toccato più da vicino) – constatiamo che le difese contro il contagio sono sempre le stesse: isolamento sociale, lavaggio delle mani, disinfezione, quarantena. Rimedi di disarmante semplicità che anche noi, figli del prodigioso sviluppo scientifico e tecnologico, siamo chiamati ad adottare.

Boccaccio immagina nel Decamerone un locus amenus, una villa di delizie in cui i suoi giovani novellatori si rifugiano per fuggire il morbo che infuria a Firenze, dove, lontani da immagini di morte, isolati in un tempo sospeso, trascorrere i giorni in eleganti conversari.

Nel 1576-77, in una Milano spettrale, Carlo Borromeo sferza i suoi preti perché siano in prima linea nel dare conforto religioso ai fedeli segregati in casa, mentre i cittadini contagiati (i notabili si erano ormai rifugiati in villa) vengono rinchiusi nel Lazzaretto, sottoposti all’inflessibile autorità di un frate, Paolo Bellintani, che andava per le spicce. Nel frattempo medici e speziali ricercavano “la Cura”, sperimentando improbabili ricette dagli ingredienti più stravaganti.

Nel suo romanzo I promessi sposi, ambientato nel periodo della peste del 1630, Manzoni narra di don Ferrante, un dotto aristotelico il quale sostiene con incrollabile fede che la peste non esiste in quanto non conciliabile con il pensiero di Aristotele, e ironizza sul suo negazionismo dogmatico che lo porta a infettarsi e a morire.

Ricorda qualcuno?

(Quanto alla Spagnola, inizia quando è ancora in corso la prima guerra mondiale e poco dopo lo scoppio della rivoluzione in Russia e, nonostante i 50 milioni di morti, passa in secondo piano rispetto al grande massacro in atto e alle conseguenze postbelliche).

Scopriamo con stupore che tutto è già stato visto e vissuto, che anche la nostra epoca tanto progredita non si sottrae a comportamenti già sperimentati.

Certo, il Covid-19, per quanto aggressivo, non è paragonabile, se non usando una metafora poco felice, alla peste, tuttavia, nonostante l’abisso di conoscenze scientifiche e i traguardi della medicina, le ricette valide sembrano le stesse.

L’apparire di un morbo per il quale non si conosce rimedio provoca sempre sgomento e paura. La nostra società così evoluta sperimenta la stessa impotenza dei nostri antenati, tanto scientificamente “primitivi” ai nostri occhi, i quali credevano al castigo di Dio e agli untori.

E allora si ricorre alle antiche misure, le uniche in grado di dare un’idea di sicurezza, riassumibili nell’atteggiamento prudenziale di evitare i contatti umani e di proteggersi dietro una maschera che isola, perché un nemico invisibile ci circonda: è il vicino di casa, il tizio che sale con noi in ascensore, quello che ci è accanto al bar… è l’amico che ci tocca la mano… ma è anche, più temibile, all’interno delle nostre mura domestiche, subdolo infiltrato nei nostri affetti più cari.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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