Confesso: soffro d’invidia per la mia amica geniale

Ammettere che il confronto con lei provoca dolore può essere d’aiuto per disarmare l’acredine e impedire che diventi odio

Di tutte le emozioni umane, l’invidia è senz’altro la più nascosta e censurata, condannata dalla società e fonte di vergogna per chi la sperimenta, tanto da essere spesso celata anche a se stessi. Un’emozione sociale, perché emerge solo quando iniziamo a riconoscerci come individui e ci poniamo in relazione con gli altri, e che si sviluppa poi come sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che desideriamo. Un tormento dell’impotenza, un vizio che a differenza di ogni altro non dà piacere (Natoli). 

Di invidia non si parla spesso, ma molto se ne è discusso all’indomani della messa in onda su RAI 1 della prima stagione de L’Amica Geniale, serie TV tratta dai romanzi di Elena Ferrante, sulla lunga amicizia che lega Elena (Lenù) e Raffaella (Lila) dall’infanzia negli anni ’50 ai giorni nostri. La voce narrante è quella di Elena, da sempre invidiosa di Lila sin dai banchi di scuola: per la bellezza, il corpo perfetto, lo sguardo incantato che suscita in tutti i ragazzi del rione, e soprattutto per quel genio naturale che non ha bisogno di addestramento o insegnanti. La sua invidia la conduce a cercare se non di superarla, almeno di tenerne il passo, supplendo al talento innato con un faticoso impegno negli studi e rincorrendo falsi amori per non rimanere spettatrice del fermento sentimentale che agita la vita della rivale.

In Elena, come per ognuno di noi, le radici dell’invidia affondano nel desiderio, un desiderio frustrato che vediamo realizzato in un’altra persona e che siamo portati a svalutare, innescando un’azione di difesa:

“Perché lui sì e io no?”:

questa è la domanda che scatena l’invidia. Un sentimento da non confondere con l’emulazione, che stimola un movimento di avvicinamento al modello, senza però la tentazione di distruggerlo. Così come la gelosia è una forma menomata, fallita dell’amore, l’invidia può nascere dal fallimento dell’emulazione (Hobbes), quando il tentativo iniziale di emulare l’altro si trasforma in acredine e odio per l’incapacità di eguagliarlo, e si svaluta l’altro per impedire la degradazione di sé.

L’invidia di Elena scorre su questo sottile confine, perché i suoi continui fallimenti nel rincorrere l’amica non si traducono mai in vero e proprio risentimento. La sua gioia per il matrimonio di Lila con Stefano, seppur mescolata a una cocente sofferenza, è autentica, così come la decisione con cui la difende dalle maldicenze di Marcello Solara di fronte al gruppo di amici del quartiere. Anche lei però è vittima di quegli episodi circoscritti, ma intensi e violenti con cui l’invidia tipicamente si manifesta: il cosiddetto “morso di invidia”, in cui ogni volta percepiamo nel confronto con l’altro la carenza del nostro essere. Un altro che fino a quel momento avevamo considerato simile a noi e che affermando la propria supremazia sconvolge l’equilibrio permettendo all’invidia d’irrompere. Si parla per questo di legge di prossimità, perché colpisce molto più facilmente persone dello stesso rango, livello o sesso. Così che è più facile per una donna invidiare un’altra donna, ma anche per un uomo invidiare un altro uomo, perché contrariamente al pregiudizio diffuso, che classifica l’invidia come vizio femminile, è un’emozione che non discrimina tra generi.

La narrazione in prima persona di una Elena adulta ci induce a pensare a lei come soggetto unico di quest’invidia, che è invece un sentimento che colpisce Lila con un’intensità ancora più feroce e divorante. Lila, infatti, invidia una sola cosa a Elena: la possibilità di poter frequentare ancora la scuola, proseguire gli studi e continuare così a riempire quel “secchio pieno di parole” che ha scoperto di avere in testa già da bambina. La sua proposta di saltare un giorno di scuola all’indomani della notizia che Lenù, diversamente da lei, potrà iscriversi alle medie, ha tutto il sapore di un estremo tentativo di mandare a monte i progetti dell’amica. Per Lila l’oggetto di invidia è uno solo, ma è un desiderio accecante, che la indurisce, la abbruttisce anche nell’aspetto e la porta a evitare Elena per mesi dopo l’inizio della scuola, e a denigrarla ogni volta che lei tenta di cercarne l’affetto. Si riavvicina solo quando ha finalmente la possibilità di riequilibrare questo scarto e ostentare i suoi successi: dal numero di libri letti in biblioteca, alla conoscenza del greco e del latino, tanto da essere in grado di darle ripetizioni. Offrendo a Lenù di pagarle gli studi universitari a patto che lei non smetta mai di studiare e sia sempre la migliore, trova in realtà un modo apparentemente altruistico per soddisfare attraverso di lei il suo desiderio frustrato, legando per sempre a sé l’amica.

Come si esce allora dall’invidia? Un potente rimedio alberga in tutti i movimenti collettivi che permettono all’individuo di identificarsi in un’entità che lo trascende, che sia un rito religioso o una lotta politica o, come nel caso di Lila e Lenù, l’amore e l’amicizia. Il loro sguardo complice che chiude la prima stagione segna una tregua all’invidia reciproca, troppo grande la delusione per i tradimenti e le promesse infrante di coloro che le circondano per tentare di ferirsi a vicenda. È però Lila a mostrarci l’esempio più forte con cui combattere l’invidia, quando si rifiuta di leggere altri articoli di Elena. “Perché mi fa male” confessa lapidaria, ammettendo così d’un fiato tutta la propria sofferenza per gli studi mancati e i successi dell’amica. Dare un nome all’indicibile non diminuisce il dolore di un’emozione così violenta, ma la smaschera, ne smonta la capacità distruttiva e in un colpo la disarma.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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