Cominciamo dalle scuole: un bello sciopero contro i terremoti

Esercitazione antisismica in una scuola elementare
Di prevenzione antisismica si parla molto, ma si fa poco. In attesa delle prossime vittime facciamo partire controlli, proteste e denunce dalle scuole dei nostri figli

Dopo la tragedia del terremoto, dopo la rabbia, il dolore, la commovente gara di solidarietà, i tempestivi stanziamenti, i solenni impegni a iniziare fin da domani la prevenzione, mi sembra arrivato il momento di ribadire una scomoda, drammatica verità: per i prossimi decenni, a intervalli più o meno regolari di cinque anni, centinaia di edifici in Italia continueranno a crollare e centinaia di persone a morire sotto le macerie dei terremoti. Non sono un esperto, perciò perdonatemi le approssimazioni: vivono in zone ad alto rischio tellurico circa 20 milioni di italiani. Considerando che sono distribuiti in villette, palazzine e condomini, posso immaginare che abitino almeno un milione di case. In più molti di loro frequentano scuole, uffici privati e pubblici, chiese, fabbriche, stadi, discoteche, supermercati, ospedali, tutti ad alto rischio tellurico. Quanti di questi edifici sono stati costruiti o ristrutturati osservando scrupolose norme di prevenzione antisismica? Quanti nei prossimi anni saranno ristrutturati in modo da impedire che crollino di fronte a un terremoto di sesto grado, che in Giappone o in California fa solo sobbalzare, mentre qui da noi uccide? Mi ripeto, perdonate l’approssimazione, e sarei lieto di essere smentito dagli addetti ai lavori: credo meno del dieci per cento.

C’è da chiedersi perché. E i perché sono tanti. Gran parte delle case e delle scuole, per non parlare delle chiese e degli uffici pubblici della dorsale appenninica, la più vulnerabile, hanno un’età veneranda. Sono stati costruiti in epoche in cui non esistevano leggi antisismiche. Neppure esiste una mappa completa e attendibile del livello di rischio di ciascun edificio. Tanto meno esiste un meccanismo di controllo periodico dell’evoluzione di tale rischio. E tanto meno una legge che prevede l’obbligatorietà di interventi di prevenzione e delle relative sanzioni agli inadempienti: hanno provato a farne una, nel 2003, che riguardava scuole ed edifici pubblici, più volte aggiornata. Ma è rimasta sulla carta nella maggior parte dei casi, per mancanza o insufficienza di fondi, o perché i fondi sono stati dirottati, o per ruberie, intrallazzi e pastoie burocratiche. Ho sentito dire che la prevenzione in fondo non costa molto: ma non è vero. Trecento euro al metro quadro vi sembrano pochi? Andate a dirlo ai coltivatori diretti, agli operai disoccupati, ai pensionati sociali. Trentamila euro per cento metri quadri. Deve pensarci lo Stato. E dove prende i soldi, se non dalle tasche dei cittadini? Quelli che possono, quelli che vivono nelle zone più sicure sono pronti a contribuire non con la solita una tantum destinata ai terremotati di ieri, ma con uno stanziamento importante a favore dei possibili terremotati di domani? Chi dà loro la sicurezza che tanti soldi finiscano in mani oneste e capaci? Domande retoriche. Risposte scontate. Da anni rimbalza in Parlamento una proposta di legge che prevede un’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, di costo diverso a seconda del rischio di zona. In alcune nazioni è già in vigore. Non serve a salvare vite umane, ma a garantire che chi ha la casa distrutta o lesionata sia prontamente messo in condizione di ripararla o di rifarsene un’altra. E il costo, anziché gravare sulle spalle di chi ha la casa distrutta, è spalmato su tutti i non terremotati. Sembra una buona idea. Ma anche qui: chi paga? Lo Stato o i proprietari? I ricchi si assicurano e i poveri restano senzatetto? Per ora non si assicurano neanche i ricchi. E il dibattito più sentito resta quello dell’IMU sulla seconda casa.

È questione di soldi, certo, ma anche di cultura. Centinaia di terremoti nell’ultimo millennio non sono bastati per predisporci alla difesa.

Ci comportiamo, stranamente, come se l’evento terremoto fosse un rischio talmente raro da non fare paura.

Come per l’eruzione del Vesuvio. Roba di duemila anni fa. Potrebbe ripetersi, sicuramente si ripeterà. Ma più di tre milioni di persone vivono alle falde del vulcano ben consapevoli di non avere, nel caso, alcuna via di fuga. Gli amici psicologi della Lighea mi hanno spiegato che evidentemente la paura del terremoto, come quella dell’eruzione, non è di quelle che penetrano nell’inconscio delle persone che non sono state direttamente toccate. Ci sono paure irrazionali, cioè razionalmente ingiustificate, che ci inducono a comportamenti di difesa da guai molto più banali. Tanti non usano l’ascensore per paura di restare chiusi dentro, tanti non fanno passeggiate in montagna per paura delle vipere, tanti non mangiano cibi in scatola per paura del botulino.

Anche lo Stato contribuisce a deformare la scala dei valori del rischio: ci obbliga a veri e propri salassi per le caldaie a norma o per l’adeguamento dell’impianto elettrico, ma del controllo rigoroso delle fondamenta delle case o del peso dei tetti più o meno sopraelevati non si occupa, se non dopo che sono crollati. E sì che qualche esempio virtuoso ce l’abbiamo sotto gli occhi, non è necessario arrivare in Giappone. A Norcia, una manciata di chilometri da Amatrice, edotti da precedenti disastri, molte case sono state adeguate con sistemi antisismici. E molte case sono rimaste in piedi anche dopo l’ultima devastante scossa. Ha pagato il Comune, hanno contribuito i privati, grazie a una riuscita campagna di sensibilizzazione. Ma è un’eccezione. Ci sono tremila comuni in Italia a rischio tellurico alto o altissimo, e quelli che hanno realizzato interventi generalizzati di protezione antisismica sono in percentuale irrisoria. In quasi tutti c’è almeno una scuola elementare e un Consiglio dei genitori. Potremmo cominciare da lì. Lo so che talvolta manca persino la carta igienica nei bagni, e la palestra non è riscaldata, e il vitto della mensa fa schifo. Ma il primo controllo, la prima richiesta al direttore o al preside deve riguardare il certificato di adeguamento antisismico. Che venga esibito, e che ne venga garantita l’attendibilità. Se no, genitori e docenti facciano partire immediate denunce penali, e organizzino uno sciopero degli alunni. Sarebbe, che io sappia, il primo sciopero contro il terremoto. Dove e quando, avvisatemi. Io e i miei nipotini ci saremo.

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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