Col vetriolo o col tritolo la bellezza è sotto attacco

C’è un filo rosso che lega idealmente i crimini contro il corpo delle donne e la furia iconoclasta contro le opere d’arte

Se mi lasci ti cancello: così suona il titolo di un film che tratta di un sistema per estirpare dalla memoria i ricordi sgraditi.
Passando dalla trovata di una innocua commediola al piano della tragedia, la frase potrebbe sintetizzare la volontà vendicativa di tanti uomini nei confronti di donne che li hanno respinti.
Distruggere le fotografie della donna un tempo amata, le immagini dei momenti felici insieme è una pratica diffusa: il rancore per l’abbandono trova sfogo nella violenza contro l’effige della traditrice. Il gesto possiede anche un valore catartico: chiude un’esperienza che ha deluso e, consumata la vendetta, apre al futuro.

Oggi, però, assistiamo sempre più spesso al passaggio dal piano simbolico al piano reale, dalla cancellazione dell’immagine allo scempio della carne e del sangue, dalla vendetta fantasticata alla vendetta consumata concretamente.
La pratica di sfigurare con l’acido il viso delle donne, tragicamente presente nella tradizione indiana, sembra venir esportata anche in Italia, come dimostrano criminosi fatti di cronaca recenti.

Gli sfregiatori si accaniscono su ciò che hanno amato, vogliono colpire la donna in ciò che per loro è il suo valore, la bellezza, cancellando i lineamenti di un viso che parla di grazia e di armonia.

Flavia Agnes, avvocatessa indiana impegnata nella difesa delle donne maltrattate, racconta che nella sua prima vita di vittima di un matrimonio tradizionale, quando il marito violento si accaniva sul suo viso era come se le dicesse «Tu non hai nient’altro che una bella faccia, se io te la distruggo non ti rimarrà niente».
Il pensiero che queste parole sottendono può essere così riassunto: senza la tua bellezza, anche se sopravvivi, sarai ridotta un nulla, in quanto in essa sola risiede tutto quello che sei, in quella ti riconosco, non in una persona con anima, sentimenti, pensieri, emozioni, anima. Temo che una mentalità analoga, espressione di estremo disprezzo per la natura femminile, muova i maschi criminali nostrani.

In questa ferocia c’è un ulteriore elemento disturbante: la sensazione che sia la bellezza stessa a essere oggi sotto attacco. La violenza distruttrice che ha per bersaglio un volto di donna si accanisce anche su altre forme di bellezza. Esiste un filo rosso che lega i crimini contro il corpo delle donne e la furia iconoclasta contro opere d’arte testimoni di un passato splendore: dai Buddha dell’Afghanistan alle vestigia millenarie di Palmira.
Lo stesso accanimento nello stupro della bellezza lo condividono, in un ambito certo meno drammatico, i vandali nostrani di statue e monumenti, fino ai dissennati turisti che vi lasciano le loro firme, corredate da immancabili cuoricini, con le quali eternare il loro indimenticabile passaggio.
Distruggere la bellezza, in qualsiasi forma si esprima, è contro natura. Dovere di noi tutti è proteggerla dai suoi nemici, che si tratti di fondamentalisti fanatici o di criminali misogini.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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