Ci piace guardare Gomorra perché ci fa vedere il brutto che c’è in noi

Genny Savastano. Gomorra 2
Alberto è riuscito a guardare in faccia la sua controparte sporca al di là dello schermo

Ci sono momenti nella stanza dello psicologo in cui il paziente ti inchioda alla sedia con una frase in grado di riassumere in poche parole mesi di angosce, sogni e riflessioni. «Io sono Genny Savastano», proclamata con voce solenne a inizio seduta, è sicuramente una di quelle. La frase che non mi aspetto la pronuncia Alberto: 37 anni, un lavoro nella comunicazione ereditato dalla stirpe familiare, una vita di ragazze carine e aperitivi, quello che qualcuno definirebbe un “figlio di papà” della buona borghesia milanese, che proprio la recente perdita del padre ha condotto qui da me.

Alberto racconta di sé bambino, della separazione dei genitori, di quel padre lontano visto solo nei fine settimana, della fatica impossibile nel cercare di ricalcare le sue orme tentando di non deluderlo, di una madre chiusa nel proprio fallimento, più disposta a giudicare che a capire. Dopo la morte del padre Alberto si perde, beve fino a dimenticarsi chi è, trascura il lavoro, maltratta chiunque tenti di avvicinarsi a lui. È in quel periodo che si appassiona alle vicende di Gomorra sul piccolo schermo, un’evasione dai pensieri e dalle paure di tutti giorni, che diventa in breve tempo un appuntamento irrinunciabile. Dopo qualche settimana le storie della famiglia Savastano iniziano a fare capolino anche nelle sedute di Alberto, che ne parla come se si trattasse di persone conosciute.

Racconta di Ciro, giovane affiliato al clan, affamato di potere e attenzioni, che dopo la morte dell’amico Attilio sembra trovare in Don Pietro una figura paterna in grado di sostenerne le ambizioni.

Alberto si rivede in lui e nella sua ricerca di un nuovo punto di riferimento da cui ottenere amore e approvazione, ma è il personaggio di Gennaro Savastano, il figlio del boss, a dominare il resto dei nostri incontri. Anche Genny ha alle spalle un padre importante e vive oppresso da aspettative più grandi di lui, incapace di fuggire da un destino che qualcuno sembra aver già segnato. Non importa se è figlio di un camorrista, parla in dialetto e vive a Napoli: Alberto lo guarda ed è un po’ come guardare sé stesso in un altro corpo, in un luogo distante, in una realtà diversa, ma comunque familiare. Seguire la mutazione di Genny sopravvissuto alla terribile avventura in Honduras diventa per Alberto una discesa nella propria ombra, quel luogo di sé dove albergano i desideri nascosti, gli istinti repressi, le emozioni più dolorose e intollerabili, un viaggio guidato all’inferno dove ritrovare sé stessi, riportando indietro confessioni e nuove risposte.

Alberto è uno dei milioni di spettatori di questa serie, il cui successo internazionale non si spiega solo con bravi attori e ottima scrittura, ma chiama in causa meccanismi più profondi, in corsa sotto la superficie della nostra coscienza. Per esplicita volontà dello stesso Saviano i suoi personaggi «sono tutti cattivi» in un mondo in cui non c’è spazio per la redenzione e dove lo spettatore può così immergersi lentamente nel lato più oscuro del proprio mondo psichico indossando i panni di qualcun altro. Se è vero, come sostiene lo psichiatra Robert Simon, che «i buoni lo sognano e i cattivi lo fanno», allora Gomorra rappresenta un innesco potente per il nostro immaginario, in grado di saziarsi di una ferocia vissuta per interposta persona, lasciandoci appagati ma puliti. Un gioco di specchi sotterraneo che va custodito all’ombra o portato alla luce con cautela, pena la negazione più assoluta: «È solo TV», «È un passatempo», «Mi rilassa e basta», «Non c’entra niente con me»… Di fronte allo spettacolo di Gomorra ognuno ritrova la parte peggiore di sé, tutto ciò che non ha il coraggio di essere e di ammettere anche a sé stesso.

Al termine del proprio percorso di conoscenza Alberto è riuscito a guardare in faccia la sua controparte “sporca” al di là dello schermo e a riconoscersi nel suo volto, e sarebbe probabilmente riuscito a trovare comunque le proprie risposte anche senza Genny, ma attende ora il prossimo episodio di Gomorra con un motivo in più per sapere come andrà a finire.

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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