Che razza di mondo è se si sfascia in tre mesi?

Nel dibattito sul Covid sono mancate a mio parere alcune verità molto scomode. Provo a tirarle fuori io

È vero, i mesi di segregazione da Covid hanno lasciato in eredità, oltre a una devastante crisi economica, gli sguardi sospettosi che ci si scambia per strada o negli altri luoghi dove si incontrano estranei, per esempio al supermercato.

Parlare di eredità, in questo caso, è un po’ imprudente perché il virus di cui parleremmo tutti volentieri come del defunto gode ancora, secondo quanto viene riferito, di un’invidiabile buona salute. Limitiamoci a dire che la segregazione di marzo, aprile e maggio per il momento ci ha fatto dono di questo terribile crollo dell’attività economica e della nuova abitudine a sbirciarsi l’un l’altro, negli spazi pubblici, frettolosamente, un po’ di traverso e sicuramente senza una cordiale disposizione.

Fin qui nessuno ha motivo di fare obiezioni. Ma nel dibattito pubblico, a mio parere, manca qualcosa.

Primo. Si dà per scontato che i mesi del lockdown hanno messo in ginocchio l’economia mondiale, che “nulla sarà come prima”.

Tre mesi di lockdown bastano per procurare un disastro che nel ’900 ha richiesto una guerra mondiale, e poi una seconda guerra mondiale, di cinque anni l’una?

Lo si dice come se fosse la cosa più normale del mondo, e si dedica ampio spazio alle differenze tra le stime sulle percentuali previste del crollo, rese note da tutti i templi della tecnoburocrazia. Ma non è normale! Se è vero che l’economia è in condizioni disastrate, bisogna pur dire che fino a ieri questa economia alla quale si aveva (e si ha tuttora, per grottesco che sia) la presunzione di affidare la salvezza del pianeta si è rivelata di una fragilità patologica. Eppure, gli stuoli di esperti e “leader” che ci bombardano con proiezioni sinistre sulla disoccupazione e sul debito dei prossimi mesi e dei prossimi anni, sono gli stessi che non avevano mai sentito l’esigenza, in passato, di avvertirci che il benessere prodotto dall’economia globalizzata poggiava su basi fragilissime e al primo stormire di fronde si sarebbe trasformato in una trappola per disoccupati. Gli zelatori dell’economia globalizzata e drogata dall’innovazione continua e dall’obsolescenza programmata erano evidentemente troppo impegnati a coltivare le rispettive globalizzate carriere per spiegare che le innovazioni instancabilmente proposte per aprire nuovi pascoli alle greggi di noialtri consumatori rendevano sì sempre più inutilmente facili e esenti da qualsiasi sforzo i mille gesti della vita quotidiana, contro spesa modestissima, ma altresì sempre più precario e mortalmente noioso il nostro futuro. Sono gli stessi che oggi ci spiegano come si dovrà affrontare il “dopo Covid”. Vogliamo parlare di questa proteiforme classe dominante che non è responsabile di niente ma ha una risposta per tutto? Il sistema dell’informazione globalizzato non ne ha la minima intenzione e preferisce sommergere il pubblico con un diluvio di quotidiane statistiche sui morti sui contagiati sui guariti nel condominio nella provincia nel continente e sull’intero globo terracqueo , non senza avvertire che però i dati cinesi non sono attendibili e gli altri magari non comparabili. Un po’ come se la Gazzetta dello Sport, dopo aver spiegato che le graduatorie del campionato di calcio sono false perché per qualche squadra anche i calci d’angolo contano come i gol, seguitasse a pubblicarle come se niente fosse. I pazienti, i destinatari del bombardamento mediatico, tutti noi, sembrano più che altro storditi e in fondo si lasciano cullare docilmente da questa perversa ninna nanna.

Secondo. Si dice, ed è vero, che per strada, sui mezzi pubblici e dovunque gli estranei si incontrano si respira diffidenza reciproca, un’atmosfera alquanto paranoica. Di nuovo, però, è vero ma i conti non tornano. La paranoia c’è sempre stata. Come si fa a distinguere il paranoico pre-lockdown da quello post-lockdown? In fondo, la differenza tangibile è che prima una partita di calcio la si vedeva insieme ad altre migliaia di persone, oggi si vedono sullo schermo due squadre che giocano in uno stadio vuoto; che prima a Milano i mezzi pubblici traboccavano di persone, oggi fuori delle ore di punta sono praticamente vuoti; che molti preferiscono ordinare la cena dal ristorante piuttosto che andare a cena al ristorante. Si può dire che siamo diventati tutti meno socievoli? Probabilmente sì, ma non si dica che questa è la conseguenza del lockdown. L’invenzione più dirompente del dopoguerra, che non è nemmeno un’invenzione ma un’astuta combinazione di tecnologie escogitata da quel genio del marketing che è stato Steve Jobs, è sicuramente lo smartphone, che ha trasformato tutti noi in monadi, anche nelle situazioni in cui sarebbe facile e chissà, magari gratificante, socializzare. La digitalizzazione rafforza ogni giorno la nostra “asocialità”, tende a ridurre a semplici istruzioni impartite dai mass media l’interazione con gli altri (a chi darò del cornuto – che è pur sempre un’interazione – quando sarò trasportato da un’auto autonoma?). Sabato 19 giugno si è svolta, in piazza Duomo a Milano, una manifestazione diretta a corroborare la criminalizzazione in atto da mesi della sanità lombarda e con l’occasione pronunciare slogan in senso lato progressisti e di osservanza delle prescrizioni antivirus, cioè politicamente corretti. Mi è capitato di vedere una foto della piazza Duomo, presa dall’alto e lo spettacolo dei manifestanti allineati ordinatamente a “distanza di sicurezza” l’uno dall’altro, quasi fosse una manifestazione ginnica di trascorsi regimi, mi ha un po’ turbato. Non nego di soffrire la mia dose di paranoia, voglio solo dire che si vede germogliare socializzazione coatta, o quantomeno inquadrata, mentre muore la socializzazione spontanea.

Ovvio che nulla di tutto questo è frutto di un disegno e meno ancora di un complotto, ma è difficile negare che sia l’effetto diretto di scelte che senza un’autentica pubblica discussione sono state fatte, o sono state tollerate, e che stanno producendo un mondo popolato solo da monadi ammaestrate da un sistema dell’informazione che ha rinunciato da tempo a informare ma proclama quotidianamente cos’è bene, cos’è male, dov’è l’uno e dove l’altro, e sommerge il pubblico di numeri e di dichiarazioni di “leader” ed “esperti” che aspettano con impazienza il loro turno, in fila davanti alla porta delle redazioni (del resto un certo professor Hegel l’aveva capito un paio di secoli fa…). Di nuovo, non è uno sviluppo casuale. Un presupposto è che le persone sono state “liberate” dalla necessità di decidere e non si vede quindi che bisogno ci sia di informarle. Un altro presupposto è che qualsiasi costo merita di essere sostenuto per allontanare anche il minimo rischio. Un terzo presupposto è che i cittadini hanno diritto a un’assoluta protezione: soprattutto da se stessi. Un quarto è che siccome viviamo nell’infosfera dobbiamo accettare e praticare le regole dell’industria dello spettacolo. Non è questa la temperie etica e psicologica della società dei consumatori digitalizzati? E non è ovvio che per rendere sempre più omogenea, e quindi sempre più digitalizzabile, la società dei consumatori, si deve disincentivare qualsiasi aggregazione di persone informale e spontanea, esattamente come nell’impasto si devono eliminare i grumi?

Non vorrei però aver comunicato un’impressione di pessimismo. Il mondo asociale che la digitalizzazione, la dematerializzazione e, aggiungerei, la ormai evidente presa del potere globale da parte della tecnoburocrazia sta generando, non mi piace.  Quindi dovrei essere pessimista. Ma se penso ai deliranti rivoluzionari del 1789 che avevano deificato la Ragione e stabilito, con la legge Le Chapelier, che “d’ora innanzi c’è solo l’interesse privato del singolo individuo e l’interesse generale”, e poi penso a quel che è successo dopo, nell’800 e nel ’900, mi convinco che il miracolo della eterogenesi dei fini riuscirà, anche questa volta, a salvare la nostra specie. O, quantomeno, ad assicurarle una fine dignitosa, che sarebbe sempre meglio del graduale spegnimento di ogni forma di vita umana, sdraiati sui “divani di cittadinanza” che il “Ceo capitalism” (copyright Riccardo Ruggeri, che a mio modo traduco con “capitalismo dei tecnoburocrati”) sta preparando. Per il nostro bene.

Teodoro Dalavecuras

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