Che fine hanno fatto i matti? Sono nostri vicini di casa

Un convegno a Milano ha confermato la validità del " metodo Lighea" nella cura del disagio psichico

Il 10 aprile del 1978 Marco Cavallo abbatteva simbolicamente con potenti calci le antiche mura del manicomio di Trieste e dalla breccia i reclusi uscivano finalmente a riveder le stelle.
Quarant’anni dopo, mercoledì 26 settembre, a Porta Romana, in un pomeriggio di sole, una piccola folla aspetta l’arrivo di Franca Follia, grande struttura in metallo realizzata da pazienti psichiatrici sotto la guida dello scultore Damiano Spelta: testa e coda di sirena e corpo di cavalla con seni appuntiti.
Scortato da una banda giovanile e seguito da un corteo di persone, il mostro avanza lentamente lungo via Carlo Botta, mentre dalle finestre e dai balconi gli abitanti si affacciano e applaudono. All’entrata dei Bagni Misteriosi è accolto dalle note della tromba che suona il motivo di La strada di Nino Rota.
È il prologo di un pomeriggio di riflessione sui quaranta anni della Legge 180 promosso dalla Fondazione Lighea, con interventi di relatori che si cimentano sul tema della follia, testimonianze di pazienti e di loro familiari e il coordinamento di Paolo Rossi.

Quando la legge 180, comunemente detta legge Basaglia dal nome dello psichiatra che fortemente la volle, venne promulgata, l’opinione pubblica si divise: da una parte coloro che la consideravano una conquista di umanità e civiltà, dall’altra quelli che ne erano impauriti e guardavano con ansia alla “liberazione” dei pazzi. Ma la paura era anche degli stessi reclusi che si volevano liberare rispetto a un mondo esterno sconosciuto e ostile.
La Legge ha restituito dignità di cittadino al paziente psichiatrico, ma la sua attuazione ha presentato alcune criticità. Se le situazioni di crisi sono state affrontate con il ricovero nei reparti ospedalieri, è risultato insufficiente l’impegno nella costruzione di servizi sul territorio, cosicché l’assistenza è spesso ricaduta sulle spalle delle famiglie, inadeguate ad assolverla e spesso distrutte dalla presenza di un membro affetto da disturbo psichico.
È mancato per molto tempo l’affermarsi di una vera cultura di tipo riabilitativo che, pur non sottovalutando la tendenza alla cronicità del paziente psichiatrico e quindi l’esigenza di assistenza a lungo termine, si proponesse come obiettivo di attivare o riattivare capacità e risorse individuali, al fine di una qualità di vita sostenibile e di una buona integrazione sociale.
Molte cose sono cambiate in meglio, ma la cultura dell’istituzione totale non è stata sconfitta del tutto, ancora resiste sotto mentite spoglie, ha solo cambiato pelle. Ora come allora si fronteggiano infatti due indirizzi terapeutici: quello di eredità manicomiale, seppur aggiornato nella forma, che ripone poca speranza nell’evoluzione del paziente e quindi lo affida al farmaco, per neutralizzarne i sintomi e controllarlo, e a un’assistenza che lo accompagni verso la cronicità; e quello che punta a una riabilitazione possibile, in misura variabile da persona a persona, che si realizza attraverso progetti individuali mirati a una quotidianità il più possibile “normale” all’interno del contesto sociale: cittadino tra cittadini.
La differenza è plasticamente visibile nella scelta del luogo della cura. Le comunità terapeutiche sono state spesso ubicate in edifici isolati, magari inseriti in paesaggi ameni, ma comunque avulse dal tessuto sociale, riproponendo pertanto la separatezza del mondo manicomiale.

Noi pensiamo, al contrario, che cura e riabilitazione debbano attuarsi all’interno del contesto sociale

e, operando a Milano, abbiamo collocato le nostre comunità in appartamenti di condomini del centro cittadino, a contatto con le famiglie e gli studi professionali che tali edifici abitano, e con la vivacità di zone urbane molto frequentate.
Analogamente sfruttiamo per i nostri pazienti tutte le opportunità che il territorio offre: sevizi, attività formative e lavorative, spazi sportivi e ricreativi, sempre nell’ottica di una normalità che rifiuta ogni forma di omologazione e di separatezza.
Nel suo appassionato intervento, il professor Salvatore Natoli ricordava la situazione di “atopon”, fuori luogo, del folle, che patisce l’angoscia di non venire compreso e il sentimento della sua diversità. Stargli accanto in una dimensione di costante ascolto, penetrarne il linguaggio per entrare nel suo mondo e stabilire la relazione è il percorso per riportare chi è e si sente “fuori luogo” tra noi, nel luogo umano e sociale che gli compete.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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