Caino può essere un bravo padre. È giusto togliergli il figlio?

Scena dal film spagnolo “Figlio di Caino” del 2013
Quasi tutti hanno applaudito la sentenza che ha dato in adozione il figlio della "coppia dell’acido". Ecco una voce fuori dal coro

È notizia di questi ultimi giorni: il giudice tutelare di Milano ha dichiarato adottabile il figlioletto di un anno e mezzo della ormai notissima “coppia dell’acido”, ovvero di quei due giovani milanesi che mesi or sono aggredirono uno studente di economia sfigurandolo con l’acido. Immagino che questa notizia abbia rasserenato molti animi, dimostrando nei fatti che a volte nella nostra società siamo davvero capaci di proteggere i più deboli, di limitare le difficoltà che dovranno incontrare per costruirsi un’identità, per imparare a gestire la loro persona, i pensieri, le emozioni, le relazioni…

Da sempre però, di fronte a decisioni che impegnano così profondamente la coscienza, ho reazioni complesse: da psicologo mi sento rassicurato, tranquillo; da filosofo invece ho come l’impressione che i conti tornino troppo velocemente, con una esattezza che mi inquieta.
Cominciano a sorgermi dubbi, domande molto semplici alle quali riesco a dare soltanto risposte contraddittorie, imprecise, inconcludenti.
Non posso non notare per esempio che in casi del genere, almeno nella reazione istintiva, spesso accompagnata da disinformazione, viene fatta coincidere la condotta dei genitori con la capacità genitoriale, ovvero con la capacità di continuare a esercitare una funzione di riferimento identitario nei confronti del figlio.

«Da due genitori così…», commentano tutti, come a dire che un padre o una madre criminale non può essere un buon genitore, quasi che esista solo un tipo di educazione, solo un modo ortodosso di educare, di trasmettere valori e che questi ultimi siano unici, comuni e universalmente condivisi.

Immagino che il giudice tutelare abbia cercato di stabilire la capacità genitoriale della coppia, operazione difficile e complessa. Per entrare nel merito occorrerebbe essere al corrente di una serie di informazioni per loro natura inaccessibili.
A monte di una simile indagine dovrebbe però essere posta a mio parere una riflessione che si sostanzia in una serie di domande:

  • Come possiamo immaginare di conservare e proteggere persone fragili senza cominciare a fare una selezione dei buoni e dei cattivi?
  • Come possiamo al contempo garantire ai piccoli di poter crescere con le persone che li hanno messi al mondo e che li amano se esse non rappresentano un esempio retto e condivisibile?
  • Se dobbiamo tenere «giù le mani da Caino», dobbiamo garantirgli anche di avere una discendenza? Di lasciare una eredità?

Hans Jonas, nella sua Etica della responsabilità, riflette su una situazione ipotetica e sembra porre, sul versante filosofico morale, lo stesso dilemma: «Se dovessimo scoprire il gene che scatena comportamenti aggressivi cosa dovremmo fare? Avremmo la possibilità di modellare un nuovo uomo, senza rabbia e violenza […] Dovremmo porci molte domande, le prime delle quali inevitabilmente verterebbero sul fatto che forse questa componente sgradevole e sgradita della natura umana in realtà ha contribuito e contribuisce forse tuttora alla nostra sopravvivenza».

L’etica della responsabilità, applicata alle domande che poc’anzi ci siamo posti, impone secondo me scelte meno nette, più incerte e più sobrie, senza arrogarci il compito di andare oltre la dimensione soggettiva, senza inseguire una oggettività che servirebbe solo a farci sentire meno sporchi e complici delle brutture dell’umanità.
Per quanto scandaloso sia anche Caino può essere un buon padre e lasciare in eredità i propri valori ai figli. Noi fabbricanti di parole e di silenzi forse dovremmo essere garanti di questo.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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