Alleati contro i professori papà e mamma castrano il figlio

Nella dinamica dei conflitti scolastici padri e madri si trasformano in bracci armati di figli eterni bambini

Padri che aggrediscono professori, rei di distribuire brutti voti, madri che schiaffeggiano maestre troppo severe, genitori che assaltano allenatori che non riconoscono le qualità atletiche del figlio: sulla stampa è tutto un fiorire di notizie di cronaca.

I più anziani commentano indignati: «Non c’è rispetto. Ai miei tempi, se ti lamentavi degli insegnanti, a casa prendevi il resto». Un patto educativo di ferro univa famiglia e scuola.
Ma era proprio così?

I miei ricordi relativi al ’68 e dintorni registrano irruzioni in aule universitarie con interruzione delle lezioni, cortei, assemblee non autorizzate, picchetti e occupazioni negli istituti superiori. Il tasso di violenza era senza dubbio ben più alto, ma anche di ben diversa natura.
Allora erano gli studenti che agivano la violenza, decisi a contestare ogni forma di autorità, a cominciare da quella della famiglia, per allargarsi alla scuola, infine alle istituzioni.
Il primo bersaglio era l’istituto familiare, con le sue regole e le sue norme morali codificate nel tempo, che andavano strette a giovani ribelli, più o meno immaginari, ma che tali si vivevano, i quali volevano abbattere le mura domestiche e cambiare il mondo.

In tale prospettiva l’insegnante rappresentava da una parte una propaggine dell’autorità genitoriale, dall’altra il tramite di una cultura istituzionale contro la quale si invocava il potere dell’immaginazione. Non meraviglia che contro tale figura si scatenasse una violenza ideologica di gruppo.
Oggi i fatti di cronaca ricordati mostrano un rovesciamento delle parti.

La famiglia non è più la gabbia castrante della quale liberarsi, ma un nido sicuro, che stringe in unità saldissima i suoi componenti, alleati e solidali contro il mondo esterno, percepito come potenzialmente nemico.

Non è poi detto che ragazzi tanto tenacemente difesi siano figli modello, amorevoli e rispettosi, spesso si dimostrano, al contrario, capricciosi e prepotenti, né che la vita familiare si segnali per armonia e calore affettivo, ma, per quanto possano essere conflittuali le dinamiche interne, un intervento sanzionatorio esterno viene comunque interpretato come un atto di ostilità. Subito scatta l’alleanza che trasforma padri e madri in bracci armati di figli che li delegano a rappresentarli e difenderli, rinunciando a rivendicare indipendenza e autonomia.

Nella famiglia monade non c’è evoluzione, genitori e figli rimangono incistati nei rispettivi ruoli: i primi di custodi e, all’occorrenza, di vendicatori, i secondi di eterni bambini: Telemachi che attendono senza osare prendere il mare.

Purtroppo il modello mi sembra ora imporsi anche a livello sociale: lo stesso sospetto, la stessa paura verso la vastità e varietà del mondo spinge a chiudersi nella sfera del proprio privato, del proprio habitat. Senza il senso dell’avventura e del rischio, prigionieri di trincee la cui difesa è solo fittizia (quando mai trincee e muri hanno fermato i barbari?), ma capaci (questo sì) di isolare.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *