Alla fine di tutte le scissioni un uomo solo al comando: Arturo

Il provocatorio personaggio inventato da Gazebo ben rappresenta lo sfacelo di una classe politica ormai incapace di aggregazione

Da settimane ormai in casa del Partito Democratico va in scena il valzer della scissione fatto di candidature, tradimenti, offese e voltafaccia. I cittadini elettori, non solo di sinistra, non possono fare altro che osservare attoniti e chiedersi: «Ma davvero ci meritiamo questi come capi?».

La frammentazione della leadership all’interno del PD in diverse individualità disposte a tutto pur di primeggiare è però solo il fedele specchio del clima culturale in cui siamo cresciuti, dove il modello imperante, già sui banchi di scuola e poi nel mondo del lavoro, se non addirittura in famiglia, sostiene continuamente l’importanza di “essere il migliore”. Non basta più fare bene le cose, bisogna farle meglio, dove “meglio” è sempre “meglio degli altri”.

Anche la psicologia – uno degli strumenti principali per realizzare un cambiamento positivo di sé – si è in buona parte adeguata al nuovo trend di miglioramento individuale, votandosi alla crescita personale e al potenziamento di abilità utili e performanti. Si cerca ancora il cambiamento, ma in modo del tutto narcisistico, per acquisire competenze da esibire e guadagnare un vantaggio sull’altro.

Le parole d’ordine sono così diventate: autostima, comunicazione efficace, self-empowerment, perché non importa più scoprire chi sei, ma sviluppare chi non sei per essere migliore, il migliore.

Dopo il 1989, con il crollo dell’ultima ideologia con aspirazioni collettive, lo scenario politico e privato dei riferimenti storici che distinguevano destra e sinistra tende così a puntare quasi esclusivamente sull’individuo: non si segue più un’idea, ma un uomo. Alla ricerca del prescelto la lotta politica si riduce a una competizione senza limiti, che trasforma l’altruismo in buonismo e annulla il senso di responsabilità in favore del senso di colpa. Solo quando un leader riesce a catalizzare attorno al proprio carisma un massiccio consenso è in grado di garantirsi un potere incontrastato, ma se dalla lotta per il dominio non emerge un’individualità sufficientemente forte, il risultato è la stagnazione e l’ingovernabilità, perché l’etica del migliore non conosce alleanze.

Se la preoccupazione principale dei numerosi aspiranti al titolo di “miglior segretario” sembra dunque essere più quella di imporsi sull’avversario che non riflettere sulle conseguenze politiche di questa frammentazione, il problema nel PD non appare tanto la mancanza di un leader, ma la totale assenza di valori cooperativi che riempiano di senso i programmi e la figura di chi dovrebbe rappresentare un gruppo e non solo se stesso.

Un problema che lo spettacolo delle primarie contribuisce a rendere pubblico, ma che non appartiene solo alla sinistra ed è ormai visibile in tutto l’emiciclo che rappresenta il mondo politico italiano, frantumato in decine di correnti e partitini, tanto che nemmeno il centro ha più un centro.

L’unica speranza per noi italiani sembra allora essere Arturo, il movimento nato per gioco su Rai 3 dagli autori di Gazebo con l’obiettivo di raccogliere sui social più iscritti di Democrazia Progressista, l’ala scissionista del PD, e che in poco più di un mese ha attirato migliaia di seguaci.

La provocazione di Arturo ha colto nel segno, radunando attorno a sé tanti italiani orfani di un gruppo cui appartenere, stanchi di vivere in un sistema dove si è inclusi solo in base a parametri economici e che ha sostituito il sogno con desideri da realizzare a rate. Con l’avvio di alcune iniziative sociali il passaggio dalla rete al territorio è già avvenuto, non mancherà molto perché qualcuno inizi a pensare di trasformarlo in una lista. Le premesse ci sono già, manca solo l’Arturo in carne e ossa e allora non avremo più dubbi: sarà lui il migliore.

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Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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