Al gioco dei numerini vince davvero chi fa più debiti?

Lo sforamento al 2,4 del deficit, preteso da Di Maio e Salvini, rischia di cambiare “antropologicamente” gli italiani, fino a oggi propensi al risparmio

Alla fine il “numerino”, quell’entità trascurabile che misura la differenza percentuale (di regola negativa) tra la spesa e le entrate del bilancio statale, è uscito dal cilindro del governo. Dopo che per giorni si erano accavallati numeri diversi – quei numerini appunto che Luigi Di Maio invitava, sprezzante, a ignorare e che il presidente del consiglio Giuseppe Conte, come sempre più felpato dei suoi due vice, chiamava «zero virgola» – il numero definitivo si è palesato. Il numerino tempo fa era stato concordato nello 0,8% del Pil tra il governo italiano e le autorità di Bruxelles. Poi, nell’arco di 10 giorni, sotto un bombardamento di dichiarazioni, indiscrezioni pilotate e messaggi contraddittori ma sempre urlati, all’uscita dal Consiglio dei ministri di giovedì 27 settembre si è moltiplicato per tre, è diventato un bel 2,4 per cento, che ha la taumaturgica proprietà di cancellare la miseria, una delle maledizioni che ci accompagnano da quando siamo stati espulsi dal paradiso terrestre. Si è trasformato nella pozione miracolosa che – garantisce Di Maio – «cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza, per il quale ci sono 10 miliardi». Tria si è arreso alla pressione dei due partiti di governo, la Lega di Matteo Salvini e il M5S, che hanno preteso e ottenuto un programma di “deficit spending” rischioso per l’equilibrio delle finanze pubbliche (e non solo), per garantirsi la possibilità di distribuire ai rispettivi elettorati – ma forse bisognerebbe dire followers – quel po’ di miliardi giudicato indispensabile per conservarne e magari incrementarne la fedeltà.

Intendiamoci, il confronto politico sul bilancio è sempre stato, non solo in Italia, una guerra di tutti contro tutti per assicurarsi una fetta di risorse pubbliche da distribuire alle clientele di ciascun gruppo politico.

Ci si potrebbe quindi legittimamente chiedere: ma quale governo del cambiamento?

E invece il cambiamento c’è stato, epocale come si usa dire ultimamente. Un tempo, per tutto il corso della prima e della “seconda” repubblica, il mercato delle vacche (in America si chiama “Pork barrel legislation”) avveniva in conciliaboli riservati e senza clamore: il malgoverno – perché di questo si trattava e si tratta – era una faccenda di bassa cucina politica che non doveva interessare la pubblica opinione. Giovedì scorso, invece, Di Maio ha annunciato il raggiunto accordo su quello che non era più un numerino, ma una sorta di lampada d’Aladino, con queste misurate parole: «Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia! Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini, non toglie ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato i privilegi e gli interessi dei potenti. Sono felice». Inutile aggiungere che altrettanto felice si è dichiarato Matteo Salvini, che si è assicurato la possibilità di elargire un taglio delle tasse a beneficio delle piccole partite Iva (600 mila contribuenti secondo l’associazione dei dottori commercialisti, un milione o forse un milione e mezzo secondo Salvini, ma questi sono dettagli).

Al di là delle parole ci sarà una realtà fatta di aumento del debito e quindi delle imposte, o dei prezzi al consumo o di entrambi, quindi di impoverimento generale, per la banale ragione che l’indebitamento può creare ricchezza quando si traduce in investimenti (una nuova fabbrica o anche solo una vetrina più attraente) ma quando serve per alimentare spese correnti è una buona premessa dell’impoverimento, come sa perfino il titolare di una cartoleria. Anche se il saldo a breve termine sarà indubbiamente positivo per i poveri cristi (ammesso che siano tali) che hanno votato Cinquestelle e le non meno fameliche partitine Iva che hanno votato Lega, e lo sarà anche e soprattutto per Salvini e Di Maio che si assicurano la “fidelizzazione” e l’incremento delle rispettive schiere di followers.

Non va però sottovalutata la “narrazione”, cioè il messaggio che dalla grandiosa sceneggiata di fine settembre arriva a tutti gli italiani, che è questo: le ristrettezze sono il risultato di un complotto ordito dai potenti, basta toglier loro i privilegi (cioè il potere, n.d.r.) per largheggiare e soddisfare i bisogni dei meno fortunati. Basta aumentare i debiti. In altre parole, il debito smette di essere, se non un tabù, un vincolo sul quale tarare la propria capacità di spesa e diventa esclusivamente il mezzo per aumentarla a piacere.

La leggendaria propensione al risparmio degli italiani, celebrata (con una buona dose di faccia tosta) perfino da Gianni Agnelli, è da tempo l’ombra di quello che fu sino alla prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. Ma il malgoverno statale non è più solo il connotato, ben noto ma occultato e vissuto come una tara nazionale controbilanciata dalle virtù private delle famiglie: diventa un modello, anzi “il” modello di comportamento che si impone con la forza dell’esempio di una egemonia politica che se ne vanta. Difficile valutare in che misura l’atteggiamento indotto dalla sfrenata propaganda giallo-verde si tradurrà in malgoverno delle economie domestiche, ma si può dare per scontato che dopo la glorificazione dello sforamento del tetto alla spesa in deficit inscenata da Di Maio e Salvini gli italiani, “antropologicamente”, non saranno più gli stessi: anziché di propensione al risparmio privato si dovrà cominciare a parlare di propensione all’indebitamento privato. Una rivoluzione copernicana.
Quel che invece non cambia, se non in aumento, è un debito di quasi 2.400 miliardi di euro, sicché ha forse ragione il giornale online «Politico» quando, all’indomani del “giorno storico” celebrato da Di Maio titola: «L’Italia non è la nuova Grecia, ma la nuova Argentina».

Teodoro Dalavecuras

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