Al cinema, un grande amore: ma perché finisce male?

Il film "Cold war" sembra proporre una tesi che richiama a Nietzsche: persino l’amore, quando è assoluto, rientra nella patologia

Ancora per pochi giorni nelle sale dei cinema italiani, Cold War, candidato agli Oscar come miglior film straniero per la Polonia. L’ultimo film di Pawel Pawlikowski, un nuovo manifesto per i romantici di tutti i tempi. Il titolo all’inizio sembra ingannare, ma forse in fondo ci azzecca. Si viene rapiti in un bianco e nero fuori dal tempo, da musiche dolci e ipnotiche e passioni ingenue e feroci.

Viktor e Zula sono belli, talentuosi, dannati, e difendono il loro desiderio con i denti, tra le differenze, le rigide frontiere del dopo guerra, i dilemmi dell’arte compresa, incompresa. Viktor e Zula che di errori ne fanno, uno dopo l’altro, ma tanto sono innamorati e questo è quello che conta.

I nostri protagonisti fuggono continuamente.

Fuggono verso l’altro, fuggono lontano dall’altro.

Sopravvivono inseguendosi in questa strana guerra fredda, attraverso esperienze umilianti e distruttive. Sono belli, bellissimi, come tutto ciò che è impossibile, ma forse, in fondo, nemmeno si conoscono. Non ne hanno avuto il tempo, così presi dalla certezza di amarsi, così sicuri da dimenticare la realtà.

Ma si può davvero chiamare amore un sentimento che non rispetta la vita? Nietzsche mi aiuta a riflettere quando spiega che «tutto ciò che è assoluto rientra nella patologia». In altre parole si potrebbe dire che i due protagonisti sono innamoratissimi, ma in fondo non si amano. Non per cattiva volontà, semplicemente, non ne sono capaci. All’uscita una signora ben vestita sulla settantina mi guarda con aria triste, non riesce a trattenersi e chiede: «Ma adesso, adesso qual era il problema? Perché non potevano stare insieme?» Forse per amare, bisogna imparare ad amare la vita.

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Giuseppe Lorenzetti

Dottore in Psicologia. Tirocinante presso Fondazione Lighea Onlus.

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