A piccole dosi la depressione non fa male: aiuta la rinascita

Normalità non significa non avere momenti bui: averne coscienza e accettarli è anzi il presupposto per la ricostruzione

Esperimento.
In una gabbia viene inserito un topo, con una sequenza casuale il pavimento della gabbia somministra delle scariche elettriche dolorose all’animale.
Nell’impossibilità di comprendere la natura, di prevederne la sequenza, dopo circa due settimane l’animale smette di mangiare, entra in un tunnel depressivo che lo porta rapidamente alla morte.
Lo stesso esperimento fatto con due topi nella stessa gabbia produce risultati diversi; ad ogni scarica dolorosa i topi si aggrediscono l’un l’altro, litigano, si mordono. Dopo due settimane gli animali non danno segni di comportamenti anomali, si nutrono regolarmente, si presentano in buona forma fisica.

La rabbia dunque, il potercela prendere con qualcuno quando il dolore arriva e non sappiamo darci una spiegazione, funziona molto bene come antidepressivo. «Piove governo ladro», come a dire voglio qualcuno con cui prendermela. A mio modo di vedere ecco una delle spiegazioni che ci permettono di capire comportamenti altrimenti inspiegabili. Haters, leoni da tastiera… la folla che libera Barabba e se la prende con il “povero Cristo”: prendercela con qualcuno ci tiene coesi, ci fa sentire vivi, ci permetterà di non deprimerci…

Già perché il pericolo più grande, il nemico di sempre, imbattibile e sempre in agguato è proprio l’abulia, il rischio di perdere il senso della vita, del sentire, del sentirci… con la paura mai sopita di svegliarci un giorno e di non trovare più la forza, il senso, la spinta propulsiva.

Dimentichiamo invece una cosa: dimentichiamo la grande utilità del pensiero depressivo.

Ebbene sì, tutti i momenti chiave della nostra vita sono momenti in cui il dolore della separazione, la fatica dell’adattamento, la fame di senso, hanno un ruolo di primo piano.

Nel percorso terapeutico sappiamo da sempre che quando il paziente comincia a permettersi un po’ di depressione, quando sente il mordere delle ferite, allora riesce anche a ricostruirsi, a riconquistarsi. Solitudine, depressione, dolore, non sono bestemmie, tumori dell’esistenza, tunnel bui senza speranza.

Non necessariamente si cresce attraverso il dolore, non stiamo riproponendo l’estetica della sofferenza così cara alle nostre radici giudaico-cristiane. Di certo però la costante elusione della dimensione depressiva, l’incessante e spasmodica censura di tutte le tinte non brillanti, non ci aiutano a crescere. Come le piante hanno bisogno del freddo e del gelo per rinnovarsi, anche noi abbiamo bisogno di perderci per poterci poi ritrovare, abbiamo bisogno di frantumarci per poterci ricostruire in altro modo.

Certo occorre distinguere tra la malattia della depressione, quello stato morboso complesso e che necessita di interventi specialistici, medici e psicologici, e un modo di pensare che si avvicina alla fragilità della nostra esistenza, al sentirci piccoli e a volte invisibili.

Abituiamoci a non pensare che tutte le forme di sofferenza siano malattia, che l’unico modo per poterci ritenere sani sia di non avere momenti bui, di non avere paure, di non smarrire mai il senso.

La sfida del vivere e del produrre significati implica una revisione del concetto di normalità: che non consiste nella capacità di non cadere o rompersi ma nell’ostinazione a rialzarci e ricostruirci; è questa normalità, questo insieme di luci ed ombre, gioie e dolori, che chiamiamo vita.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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